Feeds:
Articoli
Commenti

La Copertina è a cura di Dario Levi

Rotolando Verso Sud

 Il Sud mangiato dalle mafie

 Oltrefortapasc – La non notizia travestita da notizia

 Per ringraziarvi di cuore: un Caffè…News per tutti!

 La campagna di Medici Senza Frontiere, i media e noi

Cose di Casa Nostra

Berlusconi e i tentacoli della “piovra”

Quell’Italia tra paura e impotenza

La Rubrica della Settimana

Anthony Robbins, il re dei coach di nuovo a Roma nel 2010

Foto by Luigi Caterino

E’ col rischio di apparire banali che, ancora una volta, ci si deve soffermare su quello che rappresenta la camorra per noi cittadini meridionali, per noi ragazzi campani e delle altre regioni del Mezzogiorno, afflitte direttamente o no dal fenomeno della criminalità organizzata. Ed infatti non è più questo il punto che divide, la linea di demarcazione che può indurre qualcuno a separare giustificatamente due o più realtà che normalmente appaiono vicine: non basta più ascoltare i TG, leggere i quotidiani, approfondire dati e fatti su Internet, prendersi il tempo ed il lusso di sfogliare dossier e libri che cercano di raccontare l’aspetto, anche geografico, del fenomeno criminale e delle sue varie forme e denominazioni. Esiste un dato latente, un elemento difficile a vedersi quando si mantiene ancora lo sguardo sulla pagina, sia essa di giornale, di sito Internet o di libro: è l’evidenza dell’inestricabilità del Meridione dalle mafie. Il male della criminalità organizzata è entrato in ogni angolo delle nostre vite, dal cibo ai rifiuti, dall’informazione alla politica.

Come si fa a parlare della Campania senza parlare anche di camorra? Come si fa a parlare di elezioni senza immergersi nelle logiche di un potere colluso e sporco? Come si può ancora raccontare la cittadinanza, e le sue pur lodevoli iniziative, senza ricordare che si sta ancora cercando di salvarsi da un abisso scuro ed impenetrabile?

Sono le notizie medesime che si intrecciano, aggrovigliandosi intorno ad un vortice che può avere due soli effetti nei confronti del lettore e del cittadino comune: repulsione oppure stravolgimento. Laddove per repulsione si intende la capacità di capirci ancora qualcosa, di mantenere il giusto distacco dalle cose per tracciare i fili rossi tra i vari fenomeni. Mentre nello stravolgimento della gente si annida la nostra corruzione, in senso atecnico ma non meno pericoloso, la nostra incapacità di distinguere la zona bianca da quella nera e di individuare i riflessi ambigui della sempre più ampia zona grigia.

E così, negli ultimi giorni siamo stati “colpiti” ripetutamente da notizie altalenanti, passaggi improvvisi tra storie buone ed altre meno buone, in una generale confusione di nomi ed eventi che rende difficile per chiunque la comprensione di ciò che accade e la conseguente capacità di schierarsi dall’una o dall’altra parte. Tra gli arresti di camorra, singhiozzanti, ma talvolta di notevole entità, spuntano gli aggiornamenti sul Caso Cosentino, il cui ordine d’arresto della Procura di Napoli è stato respinto dalla Giunta per le Autorizzazioni della Camera dei Deputati, in attesa del pronunciamento definitivo dell’assemblea entro il 10 dicembre. E pure il Senato c’ha messo la sua parola, non approvando nell’ambito della medesima seduta sia la richiesta di dimissioni presentata dal PD, sia la richiesta di revoca dell’incarico presentata dall’Italia dei Valori. Un primo muro sembra essersi alzato a protezione dell’attuale Sottosegretario all’Economia, nativo di Casal di Principe ed accusato dai magistrati di essere in stretti rapporti economico-finanziari con il Clan dei Casalesi.

Una notizia di politica che sfocia nella sezione “camorra” della nostra cultura quotidiana. Sorte condivisa anche dalle parole del Governatore Bassolino che accusa di esser stato oggetto di persecuzione politica da parte del centrodestra, unitamente ai colpi di un certo “fuoco amico”. Affermazioni che devono essere ricondotte alla Questione Rifiuti in Campania, per la quale Bassolino è stato più volte messo in discussione quando non additato come autore di comportamenti ai limiti della legalità. Ed infatti è sotto il suo governo regionale che è scoppiata l’emergenza rifiuti più profonda, unitamente alla vergogna delle “ecoballe” di rifiuti differenziati e predisposti per l’incenerimento, scoperti poi essere niente altro che vere e proprie “balle” di democrazia. Un affare indicibile, svelato soltanto dalle grandi inchieste del giornalismo e della magistratura, ma ancora sommerso in una fanghiglia pericolosa che dovrà necessariamente fare da presupposto per il voto popolare della prossima primavera.

Ed ecco che ritorna perentoriamente l’importanza di capirci qualcosa, la differenza tra lo stravolgimento di ogni opinione e la repulsione che una mente può nutrire verso questo mondo, invaso ovunque dalla prodominanza della camorra.

C’è poi quella parte di “Legge” che subisce altrettanta confusione nel momento stesso in cui se ne parla, dal momento che nemmeno in questo caso è possibile separare l’ambito “buono” dalla sporcizia umana e culturale della nostra attualità. E’ l’esempio della legge sul cosìddetto “processo breve”, o della proposta di vendere i beni confiscati alle mafie piuttosto che affidarli gratuitamente alle cooperative sociali, appositamente nate per la gestione di terre ed immobili. Proprio da questo mondo, dall’area del sociale, si leva la forte voce contrastante di Libera Campania, la sezione territoriale dell’associazione nazionale Libera guidata da Don Luigi Ciotti. E’ un “no” categorico quello dell’associazione contro le mafie, per evitare che quei beni confiscati finiscano nuovamente ai medesimi criminali cui sono stati sottratti, in un gioco perverso ma reale di nomi e “prestanomi”, di denaro sporco che sembra pulito. Il giudice ex pm anticamorra Raffaele Cantone, invece, ha avuto modo di affermare, in un’intervista a Scampia realizzata dalla TV locale sannita TeleBenevento, che non si è scandalizzato di fronte a tale proposta, ma che è sempre bene ribadire la necessità di limiti chiari e stabiliti in modo intelligente, così che la vendita di questi beni confiscati possa apportare del bene alle comunità interessate dal fenomeno camorristico.

E nel dibattito delle opinioni, di quelle ancora vive ed integre che fanno fatica a resistere, c’è un altro “no” importante che si è fatto ascoltare nelle ultime settimane: è dalla voce di Roberto Saviano che parte l’appello, sostenuto da larghe fette di società civile, affinchè il Governo ritiri il disegno di legge sul “processo breve”, ritenuto idoneo a distruggere le speranze di giustizia di tanti familiari di vittime innocenti, di tante persone comuni colpite da reati di “colletti bianchi” e criminalità. Un appello lanciato dal quotidiano La Repubblica, e per ciò stesso tacciato di essere antigovernativo e “di sinistra” insieme con il suo stesso autore. E Saviano ha poi risposto alle parole del Ministro Bondi, che si era fatto portavoce proprio di questo sentimento di stupore per la nuova dimensione “politicizzata” dello scrittore di Gomorra. Il tutto mentre da un’altra parte d’Italia giungono segnali di nuove inchieste, di nuovi scandali che si stagliano a metà strada tra la politica ed il malaffare: l’ex Governatore siciliano Totò Cuffaro, oggi Senatore, è stato infatti oggetto di una richiesta di rinvio a giudizio da parte della Procura di Palermo, formulata sulla base dell’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Sono parole già sentite, episodi che sembrano puzzle di altre vicende che l’opinione pubblica ha già visto sotto i propri occhi. E perciò già altre volte sono finiti sotto la macina della confusione per chi non sa più tenere il passo della verità, sull’altare della chiarezza per chi riesce ancora a decifrare i fenomeni e a seguirli.

Politica che richiama mafia, legge che richiama camorra, e viceversa. Cittadinanza bollata da identità che non le appartengono, come il nome del paese di Casal di Principe che qualcuno oggi vorrebbe cambiare, proprio per salvare i cittadini casalesi dalla marchiatura a fuoco di appartenere ad una terra di camorra e di delinquenti.

Esperienze di vita che non contano niente in confronto alla sporcizia dentro cui sono immerse per forza di cose, perché oggi più che mai essere meridionale in Italia significa avere qualcosa che manca, qualche valvola in meno per funzionare correttamente come cittadino italiano.

Ciò perché indubbiamente siamo tutti vittime ed artefici di un collegamento ramificato ed estremamente complesso tra la nostra parte buona e quella cattiva, perché le mafie che ci predominano sono anche un nostro frutto e prodotto, una nostra colpa e responsabilità. Ma tra le innumerevoli righe, stampate sulla carta o riprodotte dagli schermi, di queste settimane infuocate che non sembrano affatto preludio del Natale, c’è ancora qualche parola che può essere usata come speranza, come senso della ripartenza e luogo che faccia da appoggio per quanti hanno il desiderio di andare avanti: sono alcune delle parole rivolte da Roberto Saviano al Ministro dei Beni Culturali Sandro Bondi, nella risposta che, come detto, è giunta a seguito della più o meno indorata accusa di politicizzazione rivolta dal Ministro allo scrittore. Saviano pronuncia queste parole, che provano a riscuotere l’orgoglio di chi vuole ancora riconoscersi orgogliosamente vivo:

“Ciò che mi spinge a raccontare dei crimini del comunismo in Russia e dei soprusi delle multinazionali in Africa non è un ‘farsi impadronire dal demone della politicizzazione e della partitizzazione della cultura’ bensì un altro demone. Quello che ha lo scopo di raccontare le verità o almeno provarci. Un’informazione scomoda per chi la dà e per chi l’ascolta, la osserva, la legge. In Italia la deriva che lo stato di diritto sta prendendo è pericolosa perché ha tutte le caratteristiche dell’irreversibilità. È per questo che agisco in questo modo, perché è l’unico modo che conosco per essere scrittore, è questo l’unico modo che conosco di essere uomo”.

Simone Aversano

I Co' Sang

Leggendo i giornali in Italia, spesso c’è poco da ridere e molto da arrabbiarsi. Non è un caso che il 40% degli italiani accede ad internet per informarsi!

Il gruppo Repubblica pubblica ottimi giornali dove si fa un giornalismo “di resistenza”. Non è un caso che alla manifestazione sulla libertà di stampa quasi tutti avevano in mano una copia o di Repubblica o de Il Fatto di Padellaro-Travaglio. Però a volte quando è troppo è troppo…

Sull’ultimo numero di XL c’è un articolo a firma di Paolo Gallori che secondo me doveva essere una recensione all’ultimo album di Ntò e Luchè al secolo Co’ Sang , un duo di rapper che vive nell’area nord di Napoli, quartiere Marianella, zona calda che è anche casa mia, alla quale sono molto legato, nel bene e nel male. L’ultimo album si intitola “A Vita Bona” e vanta collaborazioni con Raiz, Marrachesh e tanti altri artisti che non si fanno certo mettere né parole in bocca, né mani in tasca da nessuno.

La canzone incriminata si chiama “Momento d’onestà”, dove i Co’Sang non la mandano a dire su qual è la loro posizione sul fenomeno Gomorra. Ci si chiede poi da che parte stanno i Co’Sang! Perché chiedere a due ragazzi da che parte stanno? Ma qualcuno ha mai chiesto da che parte sta Gigi D’Alessio? E poi se si conoscono i testi dei Co’Sang è una domanda anche stupida. Che cos’è una recensione? Una critica? Un Appello?

I Co’Sang nella canzone dicono apertamente che non si accoderanno a questo “fenomeno da baraccone” scaturito da Gomorra e dalla criminalità organizzata, criticando apertamente il film di Gomorra, chiedendosi come hanno fatto a girare un mese nelle vele di Scampia senza che nessuno intralciasse i loro lavori.

Aggiungono anche che nel film c’erano troppi neomelodici, per non parlare dei Massive Attack che con Napoli non hanno niente a che fare. Ai Co’Sang succede quello che è successo a noi di Caffè News Magazine quando abbiamo scritto una lettera aperta a Roberto Saviano, chiedendoci se dovesse essere più giornalista e meno trentenne sotto scorta. Sono piovute critiche un po’ dappertutto perché avevamo creato uno spartiacque a questo savianismo forzato che ormai di giornalistico aveva poco o niente e sembra che Saviano ci abbia ascoltato, regalandoci a “Che tempo che fa” un giornalismo di razza, tra la gente, caratterizzato da sangue di immigrati e cemento.

I Co’Sang pongono anche un interrogativo che penso che sia balenato nella mente un po’ di tutti: si fanno i nomi del sistema ma non i nomi del potere. Perché caro Paolo Gallori si chiede a due ragazzi napoletani da che parte stanno e li si accusa preventivamente e senza possibilità di replica, in linea con lo stile Vespiano che ormai domina il nostro giornalismo, da che parte stanno? Forse perché dalle parti di Praia a Mare (Paolo Gallori è di lì) odiate i napoletani che vengono copiosi in vacanza ogni anno? O perché è più comodo puntare il dito sui Co’Sang che vengono dalla periferia e non tener conto che la Giunta per le Autorizzazioni della Camera dice no all’arresto di Nicola Cosentino. Caro Paolo ma tu da che parte stai?

Accusare i Co’Sang di essere dei “rapper borghesi travestiti da scugnizzi” a due settimane dal lancio dell’ultimo album mi sembra un’infamia costruita ad arte da chi è a corto di notizie come è successo con Mika, vero Paolo? E poi Secondigliano non fa parte dell’ottava municipalità di Napoli ma della settima, ti pregherei di documentarti un po’ più scrupolosamente quando scrivi articoli così controversi. Meno male che l’hip-hop nell’area nord di Napoli è attento a ciò che succede intorno. I Co’Sang e i Fuossera ti hanno già risposto nel pezzo intitolato “nun saje nient e me” e non lo traduco perché il napoletano è una lingua, non un dialetto. Sicuramente chiamerai anche me “borghese travestito da intellettuale”, ma io come i Co’sang e i Fuossera la vita la aggredisco senza piangermi addosso e far parte dei finti “socialmente impegnati”.

Mario Secondo

Caffè News Magazine cresce grazie a te che stai scorrendo con gli occhi queste righe e si dà una vera e propria struttura redazionale!

Quante volte incontrando un’amica o un amico abbiamo pronunciato la frase: “Ti offro un Caffè?”, oppure ci siamo dati appuntamento per “bere un Caffè insieme”…

Il Caffè, quindi, non è solo una gustosissima bevanda e un’abitudine, ma anche un rito, un momento di incontro, una pausa, un break dalla tensione quotidiana…

L’aroma di Caffè ci accarezza i sensi al mattino appena svegli, ci coccola nelle pause d’ufficio, ci inebria dopo pranzo, ci rallegra nel pomeriggio, ci accompagna tra le braccia di Morfeo la sera… E’ una dolcissima costante nella vita di moltissimi; una sorta di “amico fedele” sempre pronto a ristorare e rincuorare; un meraviglioso pretesto per incontrarsi e chiacchierare spensierati…

Allora amici, accomodatevi: stamattina il Caffè ve lo offro io! Un Caffè per tutti!

E poiché ci troviamo all’interno del nostro (e spero pure vostro!) Bar preferito…Vi consiglio la specialità della Casa… Il Caffè News! Una squisitezza tutta da gustare!

Scrivere, collaborare, partecipare attivamente alla realizzazione di questo giornale  e della Web-Tv si è rivelata e si rivela ogni settimana di più, un’avventura estremamente entusiasmante e soddisfacente!

Capirete bene però che due sono le fonti principali di gioia per gli aspiranti giornalisti come me:

1) La squadra, la redazione, il team all’interno del quale si lavora

2) Il pubblico di lettori e spettatori

I primi Caffè di questo Lunedì mattina li offro allo Staff del Caffè: un gruppo composto da persone valide sia dal punto di vista professionale e sia dal punto di vista umano.

A tutti voi amici Redattori, offro un Caffè News carico di gratitudine, stima e amicizia! Collaborare con voi è stata ed è un’avventura meravigliosa! Grazie!

I secondi Caffè, li offro a Voi cari amici Lettori (e telespettatori) ma non perché voi siate al secondo posto nel mio cuore, ma semplicemente perché a Voi voglio dedicare più tempo e gustare proprio insieme a Voi questo Caffèttino del Lunedì.

Senza di Voi, tutto il nostro lavoro sarebbe nulla; senza le vostre coscienze attente e critiche ogni pezzo non avrebbe risonanza; senza i vostri commenti il giornale sarebbe meno vivace; senza la vostra interazione durante le puntate di Caffè News TV, non avremmo avuto l’emozione e lo stimolo per andare avanti…

Nell’offrirvi un Caffè della Casa carico di infinita gratitudine, certamente interpreto il pensiero e il sentire di tutto il team di lavoro.

Noi senza di Voi non saremmo nulla.

Voi avete gratificato enormemente i nostri sforzi, Voi ci avete fornito (attraverso la vostra crescente presenza) gli incentivi per perseverare nel nostro “fare giornalismo” senza compromessi e senza schieramenti politici…Voi ci avete regalato l’opportunità di credere in un sogno comune: confezionare i pezzi, così come le puntate, badando solo alla qualità del “prodotto finito” perché ci avete reso consapevoli di poter contare su un pubblico fedele e intellettualmente onesto!

Per tutti questi motivi e per altri mille ancora, Vi offro un Grazie sincero e sentito da parte mia e da parte di tutta la Redazione!

Grazie amiche ed amici! Buon Caffè News a tutti!

Francesca Magno

 

Caffè News Magazine ha aderito alla campagna “Adotta una Crisi Dimenticata” di Medici Senza Frontiere e, con questa scelta, si impegna ad approfondire i temi dedicati alle crisi umanitarie individuate nel Rapporto Crisi Dimenticate 2009.
Caffè News Magazine prende parte all’iniziativa nell’intento di rendere nota la gravità di situazioni insostenibili ed abbattere il muro del silenzio.

Medici Senza Frontiere ha presentato, la scorsa primavera, l’ultimo rapporto sulle crisi umanitarie  dimenticate dai media internazionali e ha, inoltre, fornito una lista di quelle più gravi preoccupandosi di lanciare una campagna di sensibilizzazione dell’opinione pubblica grazie all’aiuto dei media.

L’obiettivo della più grande organizzazione medico-umanitaria nel mondo è gettare luce sui pericoli che affliggono oltre sessanta paesi (la maggior parte africani e asiatici) vittime di una condizione disumana a causa di guerre, malattie, carestie, epidemie, catastrofi naturali o semplice assenza di assistenza sanitaria. Il mezzo per raggiungere questo scopo è raccontare storie di dolore e sofferenza che prendono la quotidianità delle persone affinché le loro questioni facciano leva sulla responsabilità dei governi dei paesi Occidentali.

E’ per questo che, grazie al sostegno della Federazione Nazionale della Stampa Italiana, l’associazione ha lanciato la campagna “Adotta una Crisi Dimenticata” chiedendo a giornali, trasmissione radio e televisive, testate online di dare maggior spazio ad una di queste crisi. Un’iniziativa che vede coinvolte anche numerose Università e scuole di Giornalismo e alla quale hanno già aderito “Il Corriere della sera”, “La repubblica”, “La stampa”, “L’internazionale”, “Rai International”, “TG2”, “TG3”, “TG4”.

Le dieci crisi tanto gravi quanto ignorate riguardano: il sistema sanitario nello Zimbabwe(Africa meridionale), la catastrofe in Somalia(Africa orientale), la situazione sanitaria in Myanmar(Asia sudorienatle), la guerra nel Congo Orientale(Africa centrale), la malnutrizione infantile(estesa), la regione somala dell’Etiopia(Africa orientale), la fuga dei civili nel Pakistan nord-occidentale(Asia meridionale), la violenza in Sudan (Africa subsahariana), l’assistenza medica in Iraq(Asia arabica), la coinfezione HIV-TBC(estesa).

E’ l’ennesima denuncia dell’oblio in cui sistematicamente ricade un paese del terzo Mondo, della carenza dei più prossimi sistemi di assistenza e della negligenza degli aiuti economici da parte dei governi Occidentali.

Siamone, almeno, tutti coscienti!

Claudia Ruggiero

La strage di Capaci

Il Premier Silvio Berlusconi scherza, arrivato all’aeroporto di Olbia lo scorso sabato, con una barzelletta ed alcune battute sulla mafia. Riprende così la parola in seguito alla notizia, diffusa dai quotidiani Il Giornale e Libero, secondo cui egli sarebbe stato destinatario, ad ottobre scorso, di un avviso di garanzia in un’indagine condotta dalla Procura di Firenze proprio sulla mafia e le sue stragi dei primi anni ‘90. Notizia poi rivelatasi “falsa” e smentita proprio dalla Presidenza del Consiglio di Palazzo Chigi, echeggiata anche dalla stessa Procura fiorentina che porta avanti ormai da tempo questa importante inchiesta su alcuni degli attentati più gravi della storia del terrorismo mafioso.
Berlusconi scherza e fa battute, non senza lasciare il segno, come è da sempre abituato a fare, e non senza scatenare nuove polemiche tra politica e media. Polemiche che hanno certamente risvolti a due passi dalla politicizzazione delle idee e delle opinioni.

Come sempre, quando si parla dell’attuale Premier, così come di altri personaggi-chiave del nostro mondo politico, è praticamente impossibile rimanere imparziali o apparire ancora tali agli occhi dell’opinione pubblica. Per questo, il pensiero che Caffè News Magazine vuole in questa sede manifestare è ben lontano dalla becera personalizzazione della politica che noi tutti stiamo subendo ormai da lungo tempo.

Una personalizzazione che fa rima con la precedente stagione dell’ideologizzazione delle posizioni politiche, fase da cui siamo tutti scappati a gambe levate alla prima occasione storica favorevole. E, sarà un caso, proprio nel seno di quella fase storica (Tangentopoli e, appunto, le stragi di mafia) si è innestata l’era politica di Berlusconi, che della personalizzazione politica è altrettanto vittima che artefice.

Ma andiamo nel merito di questa vicenda, e riportiamo testualmente, come raccolte da un’agenzia di stampa, le parole che il Premier ha pronunciato ad Olbia e che, ormai da diverse ore, hanno fatto il giro dell’intero panorama mediatico e dell’informazione:

“Se trovo quelli che hanno scritto i libri sulla piovra, che ci hanno fatto conoscere nel mondo per la mafia, giuro che li strozzo”.

Silvio Berlusconi minaccia una scherzosa “strozzatura” ai danni di tutti coloro che si sono permessi di raccontare la mafia italiana e di farne girare la notizia in tutto il mondo. Si tratta di danno di immagine, un concetto ed una categoria che ben si addicono ad un’idea  “imprenditoriale” e “commerciale” della politica e della cittadinanza. Una verità (perché la mafia è una verità, è per diventare tale è stato necessario il sacrificio di centinaia di uomini e donne italiani) che è scomoda, che non va spifferata ai quattro venti perché provoca una degenerazione dell’immagine italiana nel mondo. “Italiani, questi mafiosi” dirà qualcuno, qualcun altro lo penserà, e ci penserà sopra prima di contrattare con imprese italiane, di fare affari in Italia, di scambiare merci o altri beni e servizi con persone che provengono o vivono nel Bel Paese.
E proprio questo, probabilmente, si vuole evitare: che il Bel Paese smetta di essere tale. E in ciò ci si dimentica (Berlusconi dimentica) che il nostro Paese è sempre bello per le ricchezze naturali, culturali e sociali di cui dispone; ma non per questo il nostro Paese non è mai e in nessun caso brutto e sporco, cattivo e pericoloso, e lo è proprio là dove la bellezza non è entrata a scardinare la porta dell’inferno.

Fare della mafia una questione di immagine è come pensare che della mafia, in Italia, ci sia solo l’immagine.

Un’idea che ben si concilia con il pensiero che il nostro Primo Ministro ha dimostrato di nutrire nei confronti della Magistratura, che ha il compito di combattere a ritmo di sentenze proprio il fenomeno mafioso. Un’idea che ben si concilia con l’esperienza di un uomo che prima di diventare politico è stato imprenditore, e tale rimane nonostante tutte le sterili discussioni e le polemiche sul conflitto di interessi.

Berlusconi con le sue battute sentenziose e “forti” se l’è presa, dunque, in un sol colpo con l’intero mondo della cultura cosìddetta “impegnata”, quella cultura che non si limita a dilettare in maniera “inutile” (meglio dire “fine a se stessa”), ma vuole raccontare fenomeni e dinamiche, spiegare cosa succede, chiarire come vanno le cose e mostrare al mondo verità nascoste. Per questo ruolo sono passati tanti uomini e tante donne che da molti vengono oggi ritenuti “eroi”. Per questo ruolo, per questo compito civile, passano ancora oggi i tanti professionisti e liberi pensatori che cercano di uscire dalla massa del banale e del mediocre, anche se è sempre opportuno tenere esclusi da questa “cultura impegnata” tutti coloro che lo fanno solo per interessi privatistici o per motivazioni politicizzate. Tutti gli altri, spesso anche in condizioni di arrancare tra le mille difficoltà di un mestiere difficile, andrebbero lodati, perché se il nostro Paese è bello è anche merito loro.

Se la gente comune, tra una battaglia politica e l’altra, riesce ancora a respirare con la propria mente lo si deve anche a chi racconta le gesta e l’impegno dei piccoli e grandi eroi dell’antimafia. Perché raccontare la mafia e spifferarla al mondo intero significa anche e soprattutto parlare di chi la mafia l’ha combattuta e la combatte.

Tra queste persone non si può non includere lo scrittore Roberto Saviano. E va ricordato lui in particolare e più degli altri non soltanto perché è il personaggio dell’antimafia maggiormente esposto in questo momento, ed anche il più vicino al sentire comune delle persone: va ricordato lui perchè proprio Saviano ha rivolto delle parole al Premier Berlusconi nelle ultime settimane, pregandolo di ritirare il disegno di legge sul cosìddetto “processo breve”. Parole che lo scrittore ha adeguatamente e credibilmente protetto da qualsiasi accusa di politicizzazione o di schieramento precostituito delle idee. Ma non è stato sufficiente a difenderle, quelle parole. Le accuse di politicizzazione, per il semplice fatto di aver parlato di politica con gli argomenti del cittadino e dello scrittore, sono arrivate eccome, e da più parti. E allora è possibile e lecito fare il processo inverso: accusare Berlusconi di essere contro Saviano, per il solo fatto che egli ha parlato della cultura con gli argomenti della politica e dell’imprenditoria. Ma noi non lo faremo, non in questa sede, non attraverso le pagine del nostro “Caffè”. Ci è sembrato opportuno quantomeno precisare dove iniziano e dove finiscono le “accuse” del Capo del Governo, e quali implicazioni, come minimo, portano con sé. Nella speranza che mai più ci si fraintenda nel nostro Paese su quale sia la nostra bellezza e quale la nostra lettera scarlatta, ad effetto autoinfamante.

Simone Aversano

Era proprio una splendida giornata di maggio. Il sole era caldo e l’aria dolce, in quella Domenica mattina. Eravamo come dei turisti, con mia moglie ci stavamo riprendendo la nostra città, in quello scorcio di primavera del 1995. La manifestazione “ Maggio dei Monumenti” ci consentiva di passeggiare, con nostro grande piacere, per il centro storico insieme alle nostre ragazze e visitare con loro dei monumenti che da molto tempo non erano aperti al pubblico. Eravamo arrivati a Piazza San Domenico. Avevamo intenzione di far vedere alle nostre figlie la splendida pala d’altare del Caravaggio che era di nuovo visitabile nella basilica domenicana. Ero fermo davanti all’edicola che stava ad uno degli angoli della piazza, proprio di fronte alla famosa pasticceria di Scaturchio, dove pensavamo di fermarci dopo la visita alla chiesa, per comprare le sue famose sfogliatelle. C’era folla e molta agitazione in quella parte della piazza. Infatti, oltre al giornalaio, nel palazzo affianco alla pasticceria, c’era il comitato elettorale di un candidato alle elezioni regionali che si sarebbero svolte di lì a qualche settimana. Il candidato era molto conosciuto, perché era un ex sacerdote già eletto nella precedente consiliatura regionale, nelle liste del PCI. L’ex frate si era molto occupato delle carceri e dei problemi degli ex reclusi e del loro reinserimento sociale. Stavo comprando i giornali con mia figlia più piccola che stava scegliendo un suo giornalino; mentre mia moglie e l’altra figlia si erano fermate a guardare le vetrine di un negozio di abbigliamento.

Fu allora che sentii la sua voce. Quella voce, alle mie spalle, mi fece serrare la gola, mentre avvertivo di colpo, il gelo che mi attraversava la schiena. Riaffiorò di colpo il ricordo di quella paura, sepolta nella coscienza, ma mai più dimenticata.

Quella voce aveva lo stesso tono della prima volta, quando l’avevo sentita al telefono nella piccola stanza del Consiglio di Fabbrica dell’Alfasud di Pomigliano d’Arco: “Come stai, Peppino?” Non mi girai subito, quella voce mi aveva riportato a ben 13 anni prima, all’inverno del 1982. L’anno in cui si sarebbe chiusa la lunga vertenza iniziata nel 1981, al punto che tra contratto integrativo e ristrutturazione del gruppo Alfa Romeo la delegazione sindacale fu impegnata in una lunga e difficile vertenza. Il febbraio di quell’anno fu particolarmente difficile e duro per me. Ero coinvolto come responsabile sindacale in quella vertenza tanto complessa, quanto difficile. Fu la prima volta in cui il sindacato unitario dei metalmeccanici dovette misurarsi con degli esuberi strutturali e contrattare cassa integrazione, riconversione degli impianti e ristrutturazione dei cicli produttivi. Per la prima volta dal 1968 non si trattava di ottenere qualcosa, ma bisognava cedere delle posizioni, per mantenere decine di migliaia di posti di lavoro ed interi stabilimenti. Il rischio concreto era quello che il marchio Alfa potesse scomparire dalla scena automobilistica internazionale. Quella vertenza si era sviluppata subito dopo la grande manifestazione dei 40.000 a Torino in cui quadri e dipendenti della Fiat avevano dimostrato all’opinione pubblica che erano contro il blocco dello stabilimento effettuato dal Consiglio di Fabbrica e che un certo modo di fare sindacato era definitivamente finito. Si apriva la stagione della produttività e del mercato globale. Nel pieno di quelle contraddizioni, vivevo con le mie solite difficoltà economiche. Solo da poco era veramente finita l’emergenza del terremoto del 1980, durante il quale mia moglie aveva perso la supplenza annuale che si era guadagnata con tanta fatica. In quel febbraio, aspettavamo la nostra seconda figlia ed io non vedevo l’ora che finissero le interminabili riunioni al sindacato per tornare a casa. Mia moglie era stata molto male, dovette stare per molti mesi a letto per portare a termine quella gravidanza.

Erano gli anni del terrorismo più crudele e spietato. Il paese viveva sotto una cappa fatta di paura, ansia per il futuro ed impotenza. Nulla sembrava arrestare il lungo ed inesorabile stillicidio di assassini di cittadini inermi che eravamo costretti a registrare con periodica puntualità.

Mi girai con molta calma, lo vidi e non avevo bisogno di riconoscerlo, lo conoscevo troppo bene: “Ti ho visto da lontano, non ho resistito, volevo salutarti”, – mi disse tra l’imbarazzato e il preoccupato. “E troppo importante per me, in carcere eri il mio pensiero fisso. Lo sai, tu sei l’assassinio che non ho commesso!”.

Ebbi la sensazione, che si fosse liberato da un peso che si portava dentro da troppo tempo. Con la gola serrata e le labbra secche avrei voluto parlare, chiedergli tante cose, ma non riuscii a dire nulla.

“Sono stato fortunato a non fare quello che era stato deciso! Oggi non avrei sopportato di doverti portare sulla coscienza. Sono contento di vederti. Sono stato liberato da poco e speravo di incontrarti, avevo bisogno di stare in pace con me stesso”. Mi allungò la mano che strinsi più per istinto che per convinzione. “Buona fortuna”, mi disse mentre si allontanava con un sorriso indefinibile. Non ero riuscito a dire una parola di fronte a quella dichiarazione improvvisa e sconvolgente. Non c’è nulla di peggio che sapere in maniera esplicita quello che si sa da sempre e che si ha paura di conoscere. Poteva succedere anche a me quello che era successo a tanti altri, diventare la vittima di una guerra che non avevamo dichiarato e che non volevamo combattere. A quel tempo avevo soli 32 anni.

Raffaele, quello era il suo nome, era uno tra i migliori operai delle Manutenzioni, delegato nel Consiglio di fabbrica dell’Alfasud, passato al movimento di “Autonomia Operaia” verso la fine degli anni 70. Fu in quel periodo che, insieme a Bruno, un delegato degli impiegati dell’amministrazione, esperto di karatè, era stato reclutato nella formazione terroristica di “Prima Linea”. Alcuni esponenti di quella temibile e spietata formazione, si erano insediati in provincia di Napoli, a seguito del terremoto e del sequestro Cirillo. Era loro intenzione organizzare attentati ed azioni dimostrative, cercando di suscitare nei gruppi di disoccupati e negli operai delle fabbriche in crisi quel consenso e quelle azioni di lotta necessari alle loro deliranti strategie.

Dovevano avere un covo tra Acerra e Pomigliano, godendo, forse, anche della protezione della camorra locale con la quale i terroristi avevano rapporti.

La voce di Raffaele era quella che mi telefonava, minacciandomi, mentre ero nella sede del sindacato in fabbrica. Non le dimenticherò mai quelle telefonate! Quando arrivavo al telefono e rispondevo pronto capivo subito che erano loro. Un silenzio iniziale, seguito dalle parole:

“Traditore farai la fine di tutti i nemici di classe, viva la lotta dei proletari combattenti, viva la lotta armata!”.

Tutti coloro che erano impegnati nella trattativa Alfa Romeo erano a rischio, sia che fossero del sindacato che rappresentanti dell’azienda. Non avevamo molte contromisure da opporre a quella follia, restavamo ogni giorno sorpresi, atterriti e sconvolti dalle notizie che ci arrivavano mentre stavamo lavorando a quella lunga e complessa trattativa. Eravamo riuniti come coordinamento sindacale dell’Alfa quando ci fu comunicato che era stato ucciso Walter Tobagi. Eravamo in fabbrica quando arrivavano le notizie delle uccisioni di Pino Amato e di Delcogliano, ambedue Assessori regionali al Lavoro, uno successore dell’altro. Quella voce che mi minacciava mi faceva capire che ero in pericolo. Parlai poco di quello che mi succedeva, solo alcuni dirigenti del sindacato sapevano. Poco si poteva fare. Ero convinto che la strategia dei terroristi con quelle minacce era quella di riuscire a determinare in qualche modo la trattativa tra sindacato ed azienda. Solo dopo la firma dell’accordo, la mia vita sarebbe stata veramente in pericolo, perché i terroristi avrebbero potuto fa scattare la vendetta del proletariato. Partecipai con una enorme fatica a quella trattativa nella quale insieme agli altri strappavamo, giorno dopo giorno, reparto dopo reparto, interi gruppi di operai dalla cassa integrazione strutturale. Contrattavamo la diminuzione degli addetti, la ristrutturazione del ciclo produttivo e la ripresa di efficienza dello stabilimento, condizione senza la quale l’intera fabbrica sarebbe stata chiusa nel giro di poco tempo. Firmai quell’accordo insieme a tutta la delegazione sindacale. Quando tornammo in fabbrica per le assemblee era in atto una rivolta contro quell’intesa. Furono giorni difficili, era impossibile parlare con gli operai che si sentivano venduti e perduti. Eravamo i loro odiati nemici, quelli che li avevano traditi facendogli perdere il posto di lavoro. Mi avvertirono che un gruppo del reparto “Finizione” mi cercava per picchiarmi, mentre altri volevano sequestrarmi nella sede del consiglio di Fabbrica per ottenere che i loro nomi non fossero inseriti nell’elenco dei cassa integrati. Per tutti ero tra i principali responsabili di quel disastro e quindi dovevo pagarne le conseguenza. Non potei essere nemmeno presente in assemblea generale che fu particolarmente tempestosa. In quei giorni seppi in seguito che la mia vita era stata veramente in pericolo.

“Papà, mi fai male alla mano!” – mi disse mia figlia. Era vero, senza accorgermi, avevo stretto tanto forte la mano della mia piccola, tanto da farle male. Pensai che se Raffaele avesse messo in atto il proposito di quel gruppo di terroristi mia figlia non avrebbe mai conosciuto suo padre, perché mentre avvenivano quelle vicende così complesse e tanto poco conosciute lei non era ancora nata.

“Come sei pallido, che cosa è successo?” – chiese mia moglie quando ci raggiunse in piazza. Quando gli dissi chi avevo incontrato capì subito e si spaventò. La tranquillizzai e riprendemmo il cammino verso l’ingresso della Chiesa. Ma la giornata non fu più la stessa. Da allora ho sempre avuto la sensazione di essere un sopravvissuto.

Giuseppe Biasco

Da molte interviste lette su Anthony Robbins abbiamo appreso che le sue difficoltà nell’ambito della famiglia l’hanno portata a solo 16 anni ad andare a vivere da solo. Da questa sua esperienza scaturisce la forza di riuscire ad essere economicamente indipendente, da qui la professione di venditore.

Per la sua attuale professione di coach, quanto influisce questa sua capacità di vendere, nel suo lavoro?

Vendita è sinonimo di persuasione. Ogni volta che comunichiamo con qualcuno e cerchiamo di fargli `passare´ il nostro messaggio, oppure di fargli `accettare´ la nostra richiesta o il nostro bisogno, sul lavoro, nelle relazioni, nel rapporto con i figli, stiamo `vendendo´ qualcosa. Non si vende quindi solo per professione, ma in ogni ambito della nostra vita.

Che percorso formativo ha intrapreso per intraprendere il lavoro di coach?

Ho iniziato la mia carriera promuovendo i seminari di Jim Rohn e poi ho cominciato ad insegnare PNL dopo averla appresa dal suo co-ideatore John Grinder. Nel 1988 ho sviluppato il mio metodo personale, il NAC (Condizionamento Neuro-Associativo), una tecnica che permette di abbattere i propri limiti e di riformulare in positivo le proprie esperienze emotive, mentali e fisiche, consentendo a chiunque di condizionarsi mentalmente per raggiungere il successo. Dall´inizio degli anni Ottanta tengo per più di 150 giorni all´anno in tutto il mondo conferenze e seminari a cui partecipano migliaia di persone. Finora ho prestato consulenza a grandi nomi del Business, della Politica, dello Sport, dello Star System (tra cui Bill Clinton, Donald Trump, Top Manager di società come IBM, American Express e Kodak) e ciascuno di loro è stato per me una grande fonte di ispirazione.

Decidere è una parola spesso usata dal Sig. Robbins per attuare un cambiamento nella propria vita: talvolta però, nonostante i buoni propositi che ci prefiggiamo e mettiamo in azione, questo cambiamento non arriva. Non pensa che vivere in una società, dove le proprie azioni e decisioni talvolta sono “condizionate” dagli altri, comporti spesso delle scelte non del tutto autonome? Voglio dire che non sempre un cambiamento dipende da noi stessi! Faccio un esempio banale: Vorrei lavorare in banca… ma ottenere quel lavoro, nonostante un mio curriculum eccellente, non dipende da me, ma dalla persona che in quel momento decide di assumere me o un altro.

Tutti noi possiamo raggiungere nella vita molto più di quello che la maggior parte delle volte pensiamo. Il punto è che spesso facciamo semplicemente dei timidi passi verso i nostri propositi, non delle vere e proprie AZIONI, solide e strutturate. Spesso non decidiamo `veramente´ e `definitivamente´, non passiamo `veramente´ all´azione, e questo a causa della nostra paura di non riuscire, o perché temiamo il giudizio e la reazione degli altri.

Ma così non impieghiamo al meglio tutto il nostro potenziale, piuttosto lo sottovalutiamo, orientiamo il nostro focus più sulla `non riuscita´ che sul successo delle nostre azioni.

In tal modo finiamo per perdere tutta una serie di `opportunità di riuscita´ che la nostra mente e i nostri occhi finiscono per non vedere perché accecati dalla paura.
In riferimento al suo esempio, posso dirle che, in 30 anni di confronto con migliaia di persone, ho conosciuto tanti uomini che hanno `bussato´ ad innumerevoli banche prima di riuscire ad essere assunti. Alla fine ci sono riusciti, grazie alla loro determinazione, grazie al loro focus positivo su TUTTE le opportunità che si prospettavano loro per fare quel lavoro o un lavoro simile per caratteristiche e natura.
Come ulteriore esempio voglio portare il caso di una società nota come la Honda Corporation, nata da una decisione ostacolata in mille modi ma portata a termine dal forte desiderio di produrre un risultato. Infatti nel 1938 Soichiro Honda, ancora studente, lavorò giorno e notte per elaborare una sua idea di anello elastico da vendere alla Toyota Corporation. Fabbricò questi anelli facendo tanti sacrifici, impegnando persino i gioielli di famiglia, ma quando offrì il suo prototipo alla Toyota, gli dissero che non si adattava agli standard dell´azienda.
Tuttavia, invece di soffermarsi sul lato spiacevole di quell´esperienza, Honda decise di continuare a concentrarsi sul suo obiettivo. Infine, dopo altri due anni, la Toyota gli offrì il contratto che lui sognava. La sua passione e la sua costanza erano state premiate perché Honda sapeva quello che voleva, aveva notato cosa non funzionava e aveva continuato a cambiare approccio fino al raggiungimento del suo risultato.
Questo è solo uno dei tanti casi di uomini oggi noti che hanno raggiunto il successo dopo numerosi tentativi, sperimentazioni e miglioramenti di sé.
I `miracoli´ non esistono, né possiamo impedire agli altri di compiere azioni che ostacolano il nostro successo, ma possiamo fare tutto ciò che è in nostro potere per puntare sulle NOSTRE azioni.

Possiamo scegliere che tipo di impronta dare alla nostra vita, decidere cosa dovrà a tutti i costi farne parte e cosa non, scegliere le persone di cui circondarci e da evitare nel nostro percorso verso il successo e l´autorealizzazione.

Può lo stress psicologico o emozionale accumulato negli anni essere una fonte di malattie come tumori?

Ogni qualvolta proviamo un´emozione si crea in noi un accumulo di energia che deve essere liberata. Nel momento in cui sopprimiamo o rinneghiamo le nostre emozioni, esse possono arrivare a causare malattie, anche croniche, perché generiamo una vera e propria `implosione´ della nostra energia.
I nostri pensieri, le nostre credenze e percezioni giocano un ruolo importante nel dirigere il flusso dell´energia. La maggior parte delle malattie viene originata a livello inconscio: sono tantissime le persone che provocano veri e propri sprechi di energia vitale e `creano la malattia´ addirittura anno dopo anno, trascorrendo il tempo a trascurare se stessi, a credere nelle proprie convinzioni negative, a tenere intrappolati dentro di sé senso di colpa, vergogna, gelosia, vendetta, o a negare i propri sentimenti, i propri desideri autentici, ignorando la propria voce interiore e le intuizioni che provengono dal profondo.
Solo quando riusciamo ad individuare le cause inconsce dei nostri disagi emotivi e li affrontiamo alla luce di questa consapevolezza, ci avviamo sulla strada della guarigione perché sprigioniamo correttamente l´energia provocata dalle nostre emozioni.

Lei ha preso parte ad un film come Amore a prima svista dove “interpreta” il ruolo di se stesso: ci parli di questa sua esperienza d’attore, cosa le ha dato? Perché ha deciso di prender parte a questo film? Nel film ipnotizza un uomo perché preso dalla sua ossessione per il lato estetico delle donne e non per quello spirituale: è quello che fa con la gente durante i suoi corsi? Non ritiene che questa apparizione nel film possa essere interpretata in maniera negativa?

Mi ha divertito partecipare al film `Amore a prima svista´. Aiutavo il protagonista a focalizzarsi sulla bellezza interiore delle persone, migliorando così la qualità della sua vita. Durante i miei seminari aiuto le persone a rinnovare le loro credenze limitanti e a trasformarle in convinzioni costruttive e potenzianti… per raggiungere ciò che veramente desiderano nella vita.
Nel film, infatti, il protagonista capisce che concentrandosi solo sull´aspetto estetico delle donne avrebbe perso l´opportunità di creare un rapporto di coppia con una donna straordinaria, che lo avrebbe reso felice. Beh, lo chiedo a lei… Perché pensa che la mia apparizione nel film possa essere interpretata in modo negativo?!?

L’ambiente dell’entertainment e dello show biz è stato uno strumento di costruzione della sua professione e del suo lavoro? Possiamo parlare di spettacolarizzazione dei suoi eventi?

L´entertainment è parte integrante del mio metodo didattico: con il divertimento e l´impiego interattivo di musica e immagini i partecipanti sono coinvolti in prima persona, la loro mente si apre maggiormente all´apprendimento ed è più ricettiva a memorizzare le informazioni. In questo modo è più facile mantenere costante l´attenzione e mettere in pratica i concetti fin da subito.

Qual è il segreto del suo successo? Come riesce a calamitare milioni di persone nel mondo?

Nella mia vita sono sempre il primo a sperimentare le tecniche e le strategie che insegno. La gente vede congruenza tra quello che provo, che dico e che faccio. Credo che questo sia un elemento particolarmente apprezzato dalle migliaia di persone che ogni anno partecipano ai miei seminari.
Molte persone non sono serene perché temono di perdere il lavoro, il denaro, la salute, gli affetti. Io non mi preoccupo di tutto questo, perché ogni giorno lavoro per aggiungere valore alla mia vita e a quella degli altri.
L´unica vera fonte di successo e felicità viene dal sapere che ogni giorno miglioriamo un po´, aumentando in qualche modo la nostra statura personale. Questo non significa che non incontreremo mai sfide e ostacoli. Possiamo migliorare una cosa solo quando ci rendiamo conto che non è ancora al livello a cui dovrebbe essere.

Cosa le da a livello emozionale riuscire nella sua professione? Perché ha deciso di fare proprio questo lavoro?

Una delle cose che mi rendono felice durante i miei seminari è vedere nello sguardo delle migliaia di persone che partecipano la luce di una nuova consapevolezza, che le guida verso nuove decisioni e azioni con cui dare una svolta alla propria vita.
Per come la vivo, la mia non è una semplice professione, è passione e desiderio di offrire alle persone degli strumenti in grado di migliorare la qualità della propria vita.
Sono legato a tutte le storie che ascolto, edizione dopo edizione, nei miei seminari (il prossimo sarà a Roma dal 24 al 27 Giugno 2010). Un caso recente che mi sta particolarmente a cuore e che mi rende particolarmente felice di fare questo lavoro è quello di un uomo che ha avuto per oltre 20 anni un problema che sembrava assolutamente fuori dal suo controllo.
Rechaud Bell, balbuziente dall´età di 2 anni, si sentiva messo dalla balbuzie in una condizione di inferiorità, si sentiva esposto allo scherno degli altri. Dopo aver partecipato al mio corso mi ha detto “Fino a poco fa ero un balbuziente. Ora sono Rechaud!” Le lascio solo immaginare che sensazione straordinaria mi ha trasmesso questa sua testimonianza …

Ci parli dei suoi impegni nel sociale!

Nel 1991 è nata la Fondazione Anthony Robbins. Essa si fonda sul principio che solo chi ha appreso e assaporato il piacere sincero di donare e condividere riesce a vivere in piena gioia ed armonia, raggiungendo la completa soddisfazione nella propria esistenza.
La Fondazione Anthony Robbins ha creato programmi didattici per oltre 2000 scuole, 700 prigioni e organizzazioni sociali e sanitarie, ed oggi agisce con 4 programmi umanitari:
1. La International Basket Brigade che offre ogni anno ceste di cibo e generi di prima necessità a più di 2 milioni di persone in 74 paesi.
2. Il Programma Personal Power per i detenuti che offre supporto attraverso libri, audiocassette, materiali didattici, seminari e presentazioni alle persone che vivono in carcere, aiutandole a sviluppare nuovi valori ed un senso di sé che permetta loro, una volta scontata la pena, di reintegrarsi nella via sociale e condurre un esistenza serena e non emarginata.
3. C.L.E.A.R (Community Leaders Educated by Anthony Robbins). Questa attività è rivolta agli operatori didattici, per sostenerli nel loro ruolo di leader, e dà loro la possibilità di prendere parte a programmi formativi appositi. In questo modo, chiunque svolge un ruolo importante per la comunità può affinare i propri strumenti di empatia, comprensione e supporto migliorando, così, il livello di servizio e di aiuto offerto alle persone.
4. Global Impact. Questo programma devolve gli aiuti umanitari alle vittime dei numerosi disastri naturali nel mondo. Attraverso di esso, la Fondazione Anthony Robbins partecipa alla ricostruzione delle zone disastrate e delle infrastrutture, come nel caso del Pakistan (squassato dal terremoto del 2005), del Sud India (Tsunami del 2004) e di New Orleans (Uragano Katrina del 2005). Il programma sostiene inoltre diversi orfanotrofi in India e in Cina con sussidi economici che servono ad alleviare le condizioni di disagio dei più piccoli.

Un messaggio al mondo per uscire dalla crisi! E non solo quella economica…

In questi mesi stiamo vivendo un forte momento di difficoltà economica e su tutti i giornali e le tv si parla di crisi. Quello che vorrei è che cambiasse l´approccio che molte persone hanno nei confronti di essa, di qualunque natura sia.
Spesso tendiamo a focalizzarci sulle conseguenze negative, drammatiche e indiscutibili che la crisi genera nel breve termine. Non si tratta di negare che la crisi provochi dei problemi, ma ampliando la prospettiva a lungo termine, è necessario orientare il proprio focus non sul problema ma sulla ricerca di una soluzione e cercare di imparare dalle situazioni critiche.
La crisi non è irreversibile, piuttosto è un fenomeno ciclico del tutto naturale nella nostra società; inoltre, in un´ottica ad ampio raggio, potrebbe rivelarsi l´occasione per dimostrare che siamo stati in grado gestire le forti difficoltà.

Nella scala dei suoi valori cosa mette al primo posto?

Il progresso: il miglioramento continuo ingloba ogni valore che per me è importante nella vita, il progredire giorno per giorno rappresenta la principale fonte della nostra soddisfazione. Raggiungere gli obiettivi che ci poniamo ci offre un livello di gratificazione temporanea, ma è da un processo costante di crescita e di miglioramento che traiamo energia, entusiasmo e benessere solidi e duraturi.
Non si tratta semplicemente di un percorso individuale, è necessario coinvolgere anche le persone intorno a noi in questo processo di crescita, creare valore per loro, dare il nostro contributo alla società e al mondo che ci permette di arrivare ad un livello profondo di ricchezza interiore e di successo personale.

Emanuela Del Zompo

Articoli precedenti »