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In seguito alla pubblicazione di “Funzione rieducativa della pena tra realtà e utopia” a cura di Raffaele de Chiara ci è pervenuta una lettera da cui è scaturito un botta e risposta che condividiamo volentieri con i lettori di Caffè News Magazine…

Egregio Signor De Chiara,

ho letto con interesse il suo articolo del 28 c.m. pubblicato sulla rivista on-line Caffè News, dal titolo “Funzione rieducativa della pena tra realtà e utopia”. Devo dire che il suo articolo è molto interessante, e se il suo scopo era quello di infangare il lavoro che, con spirito di sacrificio ed abnegazione, svolge quotidianamente la POLIZIA PENITENZIARIA, c´è riuscito o almeno ci ha provato. Fortunatamente la Polizia Penitenziaria non è addetta alla pulizia dei bagni che sono sulla  pubblica via, né tantomeno fra i suoi compiti vi è quello di evitare  che delle persone c.d. “civili” scrivano o sporchino e comunque rendano “lercio” un “parallelepipedo di lamiera” e neanche quello di ricordare  ai familiari dei detenuti che sarebbe opportuno dare precedenza per i  colloqui agli invalidi e/o ai bambini piccoli. I compiti della Polizia Penitenziaria sono ben altri, e li facciamo al meglio, naturalmente ogni giorno dobbiamo fare i conti con il personale sempre sotto organico le strutture spesso non nuovissime e il  numero dei detenuti sempre in aumento; mi creda che quanto appena  elencato ci basta e ci avanza a rendere il nostro lavoro molto pesante ed sfiancante e non è necessario che nessun scribacchino aggiunga altro.

Attendo una sua risposta.

In fede

R. B.

P.S. la invito a dare un occhiata anche di sfuggita alla legge 309/90 e al sito http://www.polizia-penitenziaria.it, scoprirà un mondo a lei sconosciuto. Continua a leggere

Riceviamo e pubblichiamo da Mariano Di Trolio

L’esito deludente delle ultime elezioni europee ed amministrative deve contribuire ad aprire un’importante discussione nel campo vasto delle sinistre. La “sinistra che guarda al centro” ha limitato i danni (alle europee), ma è lontana da un esito che lasci intravedere una prospettiva politica più rosea, per sé e per il Paese.

Il continuo inseguimento dell’elettore mediano sul terreno di politiche moderate non ha attratto il centro politico ed ha, al contrario, prodotto un ulteriore deficit tra le fila degli elettori progressisti. Ad ottobre si terrà, il 1° vero Congresso del Pd. Due le candidature già ufficializzate: Franceschini e Bersani. Tali proposte sono tutte autorevoli e l’esordio di una competizione – che si annuncia – autentica nelle primarie è di sicuro un fatto positivo. Tuttavia, la questione più che di leadership è, ad avviso di chi scrive, di chiarezza di contenuti ed obiettivi.

Una costruzione politica complessa, quale il Pd certamente è, necessita di tempi medio-lunghi per una completa ‘messa a punto’. Alcuni nodi programmatici, però, non sono più eludibili, così come la fondamentale questione della politica delle alleanze. Almeno su questo piano sembra che ai candidati corrisponda una diversa strategia. Lo stesso, purtroppo, non è possibile dire per quel che concerne i rispettivi programmi, di cui non c’è traccia alcuna. La riconferma del segretario uscente dovrebbe comportare – verosimilmente – la continuazione sulla strada della presunta “autosufficienza” e della vocazione maggioritaria (del centrosinistra senza trattino), che tanti danni ha già prodotto. L’elezione dell’ex Ministro dello Sviluppo Economico potrebbe inaugurare una nuova stagione del centro-sinistra (con il trattino, appunto). Un centro-sinistra che dovrà essere più agile ed imperniato su alcuni punti programmatici forti e chiari: centralità del lavoro, laicità dello Stato, diritti civili, intervento pubblico di qualità, riforma delle istituzioni del Welfare (per far fronte ai nuovi rischi senza, però, tralasciare i vecchi), ambiente. Continua a leggere

Ospedale Moscati di Aversa (Foto Saturnonet, Tommaso Aquilante)

Ospedale Moscati di Aversa (Foto Saturnonet, Tommaso Aquilante)

Un’insegna ingiallita, un’unica lingua d’asfalto tagliata longitudinalmente da una spelacchiata striscia verde che ne sancisce anche i sensi di marcia, un decrepito gabbiotto abbandonato ed una latente sensazione di vecchiume.

Questo è ciò che si presenta all’esterno del pronto di soccorso dell’ospedale Moscati di Aversa, uno dei maggiori della provincia di Caserta dopo quello del capoluogo. “All’interno certamente non va meglio!”.  A schiumare di rabbia è Antonella, sguardo segnato da una notte insonne ed abiti gualciti da attese estunuanti sulle sedie del pronto soccorso. “Mi trovo qui dalle sette di stamane, ora sono le 15 e mio padre è ancora di la su di una barella in attesa di una tac, e sa perchè? – continua imperterrita la ragazza – L’aparecchiatura è rotta e bisogna andare in un altro ospedale!”.

Ci aggiriamo nella struttura, una babele di uomini e cose che sembra abbandonata a se stessa, dietro il desco di prima accoglienza, siede sciatta una guardia giurata che di tanto in tanto cede il posto al medico di turno, un avviso ammonisce che a causa del licenziamento del personale potranno verificasi disservizi vari. “Per eventuali lamentele rivolgersi direttamente in direzione”. Attendiamo l’orario di visita e ci dirigiamo nei reparti. 

“Si fittano televisioni 14 pollici a 2€ al giorno”. E’ un pugno nell’occhio oltre che uno sberleffo al buon gusto l’enorme cartello plastifcato giallo senape, che ci si presenta dinanzi al reparto di medicina generale al quarto piano, tutt’intorno, rassegnazione e degrado. 

“Non ho alternative, ho soltanto 400 euro al mese di pensione, è per questo che sono qui” A parlare è il signor Marcello, ottant’anni, una mano offesa dal parkinson e diversi problemi cardiaci. “Se avessi la possibilità andrei in strutture private, ma non posso, costano troppo, e quindi eccomi qui”.

Infissi scrostati, pavimenti un tempo plastificati rialzati  al centro e sberciati ai lati, bagni in comune putrescenti e quasi inservibili per una ventina di ammalati. Sulle mura decine di adesivi colorati, invitanti a rivolgersi alle cure di infermieri privati piuttosto che all’utilizzo di ambulanze a pagamento, come sottofondo poi una baraonda di rumori e lamenti ottunde i sensi sino ad annichilire lo sdegno.

E’ davvero questa la sanità pubblica? Una roulette russa dove la vita dei meno abbienti vale poco più di niente? Dove la possibilità di lucro per i privati non è certamente proibita? Pochi passi e guadagnamo l’uscita del reparto, di fianco il settore maternità, reso leggermente più aggraziato da sparute macchie di colore, in lontananza, l’allegro vagito dei neonati.

Nell’aria ancora una volta beffarda risuona la graffiante ironia di Grucho Marx “Fare qualcosa per il prossimo? Perchè, cosa costui ha fatto per me?”.

Raffaele de Chiara

            Chi ha spostato il mio formaggio? di Spencer Johnson, autore di numerosi best-seller internazionali, è stato tradotto in oltre quaranta lingue e risulta il libro sul tema del cambiamento più letto nel pianeta; la sua fortuna ha ispirato “Who moved my cheese?”, un’organizzazione che assiste persone ed imprese nel gestire con successo il cambiamento.

            Nasofino e Trottolino, due topolini e i loro compagni Tentenna e Ridolino, che sono invece degli gnomi, si alimentano di “formaggio”(metafora del benessere o, più in generale, di ciò che si vorrebbe dalla vita) e si muovono tra i corridoi di un “labirinto” (dimensione spaziale e temporale delle loro azioni). Quando qualcuno “sposta il loro formaggio” i quattro personaggi  reagiscono in modo diverso: i topolini si danno da fare e si sospingono l’un l’altro alla ricerca di un “nuovo formaggio” poiché hanno compreso che quello “vecchio” potrebbe non ritornare; gli gnomi si dividono e mentre Tentenna dimostra un atteggiamento passivo incarnando l’etica della rassegnazione, ritardano così nel rimediare alla situazione, Ridolino, vince le proprie paure e cerca di risolvere il problema.

            La riflessione da fare riguarda la differenza di comportamento che rispecchia la diversità degli approcci psicologici umani di fronte ad un inaspettato mutamento nella realtà professionale così come in quella privata. Quello che ci vuole dire l’autore è che in ognuno di noi vivono diversi caratteri, ovvero fiutiamo tutti per tempo il cambiamento come Nasofino, vorremmo entrare in azione immediatamente come Trottolino ma il timore che le nostre condizioni peggiorino ci fa resistere come Tentenna. Qualche volta siamo capaci invece di adattarci alla nuova circostanza come fa Ridolino e l’insegnamento di quest’ultimo si rivelerà fondamentale per scoprire come gestire il cambiamento senza stress e ansie riuscendo ad essere pronti ed attrezzati quando qualcuno “sposterà  il nostro formaggio” negli esiti del lavoro, dei rapporti sociali o dentro di noi.

            Scritta attraverso un linguaggio semplice ed essenziale la parabola è rivolta a tutte le età e il suo messaggio, intriso di saggezza e di umorismo, è universale. Secondo il famoso consulente di direzione, Ken Blanchard, questo libro è riuscito a cambiare il corso della vita a migliaia di lettori che capirono di aver adottato un atteggiamento restio nei confronti di rinnovamenti nei metodi della propria azienda piuttosto che nel dialogo con il partner o negli approcci alle nuove tendenze culturali.

            Secondo Helen Exley I libri possono essere pericolosi. I migliori dovrebbero portare l’etichetta: “potrebbe cambiare la tua vita”.

            Chi ha spostato il mio formaggio? potrebbe rivelarsi uno di questi. E ricordate: Ci sarà sempre qualcuno che sposterà il vostro formaggio! Sarà meglio prepararsi per tempo.

 Claudia Ruggiero

Era una evidente manifestazione elettorale quella messa in piedi dall’Unione Industriali di Napoli ed andata in scena al San Carlo, martedì scorso. In un’atmosfera falsamente istituzionale, dove il Sindaco, il presidente della Regione, il Cardinale, l’autorevole sottosegretario Letta ed il ministro Carfagna, (sempre presente e non si capisce il perché); erano relegati in platea, in disparte, il Presidente degli Industriali napoletani ha presentato un vero e proprio programma politico.

L’occasione era di quelle importanti e densa di significati: gli industriali napoletani, in una cerimonia solenne, avevano deciso di premiare i napoletani di successo, quelli conosciuti nel mondo per le loro capacità e le loro attività. Un evento utile per presentare al Premier una credibile e nuova classe dirigente e per articolare un programma politico, concreto e ricco di progetti.

Un programma presentato come una ipotesi fortemente innovativa e che invece riproduce le solite e vechie richieste degli imprenditori napoletani: finanziamenti per costruire immobili; una ulteriore occasione per continuare a speculare sulle aree fabbricabili.

E’ dall’Ottobre scorso che gli industriali napoletani prendono sempre più le distanze da Bassolino e dalla sua politica. Eppure l’attuale Governatore è stato a lungo un punto di riferimento certo per gli imprenditori. I rapporti erano eccellenti e risalgono al tempo delle prime Giunte di centro sinistra a Napoli, negli anni 90. Bagnoli, il Porto, Napoli Est, la metropolitana, lo sviluppo del Turismo e la crescente domanda di costruzioni di alberghi, erano alla base del patto che portò Gaetano Cola alla presidenza della Camera di Commercio, Lettieri agli Industriali, dopo la parentesi di D’Amato, mentre in Giunta a Napoli entrava Alessandra Bocchino, giovane rappresentante di quegli industriali che volevano apparire moderni ed innovativi. Continua a leggere

Italia pensa di emigrare, stanca di Hostess, Escort, Trans, Gossip e quant’altro… ma dove?

Escort

Gli Italiani vogliono Giustizia !

Manette

….tutto ciò che molti temono oggi, una rinnovata P2, ma soprattutto una rinascita della  Carboneria!

Carbonara

Dario Levi

Backstage Sezione Anticrimine

Backstage Sezione Anticrimine

I migliori elementi della Polizia di Stato selezionati ed inseriti in una sezione speciale, la Sezione Anticrimine, agli ordini del Commissario Ferrara che con i suoi uomini si troverà ad affrontare criminali di ogni genere e situazioni altamente pericolose. La fiction, prodotta dal Centro Teatro Studi di Napoli per la regia di Fabio Ferrara, Filippo Filetti e Mario Ferrara, è quasi interamente ambientata in provincia di Caserta, tra le città di Carinaro, Gricignano ed Aversa, dove in questi giorni si stanno girando le ultime puntate della seconda serie in onda prossimamente.

La sede del Commissariato è nella realtà il Comune di Carinaro ed è da lì che prendono forma gli episodi nei quali si intrecciano ad un ritmo frenetico scene di vita quotidiana, operazioni di polizia, storie d’amore e di amicizia, corruzione e violenza. Il tutto all’insegna dell’action movie in stile filoamericano più sfrenato e divertente. “Se la prima serie era approdata su NapoliTV, – ha dichiarato il regista Fabio Ferrara – per la seconda stiamo valutando alcune proposte da altre emittenti televisive italiane e spagnole. Chissà che non riusciremo ad esportare il nostro prodotto! Contiamo in ogni caso di tornare sugli schermi per il prossimo autunno”.

La fiction, completamente autoprodotta e patrocinata dalla Regione Campania e dal Comune di Napoli, si è aggiudicata il Primo Premio Sicurezza nell’ambito di un’iniziativa promossa dalla Questura di Napoli volta a premiare chi si occupa di tematiche sociali. Ed è proprio il caso di Sezione Anticrimine che si distingue da altre fiction proprio per l’alto contenuto morale e per la forte attestazione in primo piano dello Stato e delle figure istituzionali.

Una scena della fiction

Una scena della fiction

“Abbiamo deciso di ambientare Sezione Anticrimine nell’agro aversano – ha proseguito Filippo Filetti che nella fiction è l’agente scelto Alex Gatti – proprio per contribuire alla sfida della legalità in un contesto non facile, ma anche per far conoscere una terra ricca di risorse”. Non a caso la produzione sta cercando di ottenere anche il patrocinio del Comune di Aversa, ad occuparsene Lorenzo Di Lorenzo, nella fiction nel ruolo dell’ispettore, ma nella vita reale agente di polizia municipale presso il comando di Gricignano. A completare la Sezione Anticrimine, oltre a Mario Ferrara, Filippo Filetti e Lorenzo Di Lorenzo, anche Benito Noviello, Valentina Muro e Marcello Coda. La sezione è composta da ottimi elementi tutti con personalità ben diverse, uomini e donne in bilico tra l’umano e il sovrumano. La fiction è infatti in perfetto equilibrio tra il reale e il surreale, strutturata in modo tale da trascinare lo spettatore in un’atmosfera parallela, pur restando agganciato a scenari e situazioni a lui ben noti.

Il regista Fabio Ferrara, da sempre appassionato al genere poliziesco, nonostante la giovane età vanta numerose esperienze nel settore della fotografia e del teatro e gestisce una sua accademia di recitazione riconosciuta dalla Regione Campania, la prima in città ad occuparsi prettamente di recitazione cinematografica.

“La mia è una grande sfida, – ha spiegato Ferrara – perché in Italia non c’è una grande cultura del cinema, ma anche e soprattutto per le difficoltà che incontriamo a farci strada nel settore, da una parte per problemi di natura economica, dall’altra per il forte clientelismo che domina la scena. “Puoi anche confezionare un ottimo prodotto ed avere disponibilità economica, ma senza agganci politici non vai in alto – ha incalzato Fabio Ferrara”.

Paolo Esposito (Tratto da FdS, Giugno 2009)

Il Prof. Ferdinando Pinto

Il Prof. Ferdinando Pinto

“La 221 del ’91 confluita nel Testo Unico sugli enti locali nel 2000? Una legge valida, ma ambigua per quanto riguarda il versante della giurisprudenza”. Laconiche le parole del Professore Ferdinando Pinto, ordinario di Diritto Amministrativo presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Federico II di Napoli.

“Nel testo si associano situazioni eterogenee, – ha continuato il Prof. Pinto – così la prova dell’effettivo coinvolgimento di un soggetto finisce per diventare un elemento accidentale, si parla appunto di sospetto di infiltrazioni. Per intenderci, si potrebbero addurre anche prove poco consistenti”.

Attivare le procedure per il commissariamento di un comune in odore di camorra in effetti è abbastanza facile: si inizia con un’interrogazione parlamentare al Ministro degli Interni in cui si palesa il sospetto di infiltrazioni mafiose; la direzione del Ministero dà mandato ai carabinieri di effettuare verifiche ed accertamenti presso gli uffici comunali; nel momento in cui si attivano i carabinieri parte anche la macchina della magistratura che apre il procedimento. Ciò può determinare nuove interrogazioni parlamentari che finiscono per sollecitare l’invio della Commissione d’accesso da parte del Prefetto che non fa altro che eseguire quanto dispone il Ministro sulla base della relazione inviata dallo stesso Prefetto.

Non possiamo escludere che le numerose interrogazioni parlamentari possano essere manovrate da chi vorrebbe magari provare a mandare a casa un’amministrazione non gradita, finendo spesso anche per riuscirci.

“Queste norme non sono inefficaci, – ha continuato Pinto – ma andrebbero ampliate, soprattutto per fare garanzia perché, ammesso che vi sia un sindaco perbene, con questo sistema verrebbe lo stesso destituito, anche se non è in odor di mafia. Verrebbero anche meno i principi costituzionali che hanno consentito al popolo di eleggere i propri politici”.

Nella scorsa legislatura con la proposta di modifica Sinisi-Cristaldi, poi non approvata, si è tentato di accrescere l’incisività di queste norme. La proposta prevedeva l’introduzione di norme che salvaguardassero l’amministrazione dallo scioglimento quando gli atti nei quali si concretizzasse l’infiltrazione fossero di competenza dei dirigenti, introducendo la possibilità del commissariamento della sola area gestionale dell’ente e non dell’intera giunta, del Sindaco e del Consiglio comunale. E, per evitare che alle elezioni successive al commissariamento si presentassero gli stessi che l’avessero determinato, la proposta prevedeva forme di ineleggibilità per i responsabili. “La proposta non è stata approvata – ha concluso il Professore Pinto; si è tentato di tipizzare la casistica, ma più tipizzi e più escludi che l’infiltrazione è reale”.

Paolo Esposito (Tratto da FdS, Giugno 2009)

AHAHAHAHAH Che risate, come se la “vita” fosse eterna… ma le fregature sonore rifilate dal broker si ripercuoteranno anche sui figli e nipoti dei malcapitati.

Allora, i 150 possono non essere una “comica” legalese/burocratica, ma un macabro simbolo della giustizia post mortem?

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Dario Levi

In questi giorni di dolore per la scomparsa di Michael Jackson la stampa scandalistica brulica di pettegolezzi e cresce l’attenzione al mistero della morte occultando la vera importanza di quello che è accaduto, la perdita di una grande uomo.

Danza e musica, umanità e poesia, disagio e dolore. Così milioni di fan ricordano Michael Jackson, genio del canto e del ballo, dono del cielo, bambino prodigio del nostro secolo. Jackson si identificava  completamente con Peter Pan per la magia e la meraviglia che rappresentava questa figura, cui peraltro era dedicato il nome del suo ranch Neverland(l’isola che non c’è) e la sua massima fonte di ispirazione era l’innocenza dell’infanzia, nonché la purezza dell’amore famigliare.

Lui che era stato vittima di un’infanzia rubata e di un genitore violento.

Una giovinezza segnata dalle percosse del padre e un’adolescenza difficile per le derisioni e le umiliazioni subite avrebbero condotto il grande artista alle crisi e alle vicende personali condannandolo al giudizio della gente.

La stampa britannica lo appellava “Wacko Jacko”, sopranome dispregiativo a causa delle stramberie personali, in quanto “Wacko” significa “pazzoide” e “Jacko” viene utilizzato per fare rima con l’epiteto ma Jackson aveva dichiarato in più di un’intervista che non voleva essere chiamato in quel modo e che quelle parole lo ferivano profondamente. La sua sofferenza emerge nella struggente confessione: Don’t call me Jacko. I’m not a jacko, I’m Jackson. I have a heart; it’s not nice. Don’t do it, I’m not a wacko.

La tristezza e l’insicurezza di una vita diversa, la sregolatezza del genio, l’ansia per l’aspetto esteriore, la sensibilità al dolore dei bambini sfortunati e il conflitto interiore, retaggio dei disagi giovanili, ha fatto di Jackson un personaggio tragico e debole, bersaglio di cause e accuse infondate.

Negli ultimi tempi solo la sua musica sembrava salvarlo dai problemi che aveva dovuto affrontare, sollevandolo così dai pensieri; “Pensare è il più grande errore che possa fare un ballerino, un ballerino deve sentire” disse una volta.

Ora che la morte l’ha strappato alla brutalità di questo mondo e l’ha consacrato al mito, beh, ora la sua musica vive nelle piazze del pianeta e lui da lassù starà cantando le sue più belle canzoni, eseguendo il moonwalk  indisturbato nel paradiso di Neverland.

Finalmente in pace, finalmente a casa.                                                                                               

                                                  Claudia Ruggiero

Fortunato AllegroPassato il santo, passata la festa, si direbbe in quel di Napoli. La Campania è una grande fucina di inchieste giornalistiche, anche scomode, ma quando le notizie non fanno più share si fa presto a cambiare raggio d’azione. Così è accaduto per la famosa emergenza rifiuti: ricordo che al Festival Internazionale del Giornalismo a Perugia numerosi giornalisti, nell’intervistare Rosaria Capacchione, esordivano con un lapalissiano “Ora che è finita l’emergenza rifiuti”.

L’emergenza non è finita, o meglio, non è mai stata risolta. I rifiuti si continuano ad accantonare, le balle verbali e non in materia continuano ad aumentare in maniera esponenziale.

C’è da aspettarsi una nuova crisi nel breve periodo con un termovalorizzatore che è ancora fermo e che comunque non risolverebbe da solo la ultradecennale questione rifiuti in Campania.

E in un clima di silenzio-assenso, nel senso che così devono andare le cose, c’è chi da mesi e mesi sta sperimentando con successo una rivolta ambientale nel totale silenzio della stampa, locale e nazionale, che non parlerebbe mai di una notizia ormai non notizia… visto che il problema rifiuti agli occhi degli italiani è roba passata.

Chi se ne frega del professore di filosofia di provincia che con caparbietà e costanza sta convertendo decine e decine di famiglie alla raccolta differenziata.

Fortunato Allegro insegna storia e filosofia al liceo scientifico di Aversa, in provincia di Caserta. Profondo conoscitore dei problemi di una terra difficile ha iniziato ad occuparsi di ambiente da alcuni anni e nel gennaio del 2008 ha ottenuto l’istituzione di un centro di raccolta differenziata gestito totalmente dai suoi studenti con la collaborazione del nucleo comunale di Protezione Civile e del WWF. Ogni settimana in una piazza simbolo di questa terra, perché dedicata a don Giuseppe Diana, si raccoglie plastica, carta, cartoni, vetro e così via dicendo. Ogni area è dedicata ad un tipo di rifiuti in un centro di raccolta che va avanti ormai da diciotto mesi.

Ogni nuova famiglia convertita alla differenziata è una conquista per il professore Allegro che crede fortemente nel cambiamento, nel riscatto di un territorio difficile.

“Prufessò, simm semp’ ‘e stess!”. E’ la voce impaziente di un suo studente che di buon mattino va ad aprire col professore il centro di raccolta. Sempre gli stessi, sì, quelli che con tenacia e nel silenzio delle istituzioni e della stampa continuano in una missione complicata in una zona che di rivoluzione culturale non ne vuole proprio sapere. Sì, perché anche la raccolta differenziata qui è rivoluzione culturale!

Non si capacita il professore di come al Commissariato di Governo per l’emergenza Rifiuti della Regione Campania non siano ancora a conoscenza di questo tentativo partito dal basso, di questa voglia di cambiare rotta.

Unico caso in Italia quello del centro di raccolta di Aversa, dove alla differenziata provvede un gruppo di ragazzi pazzi, come il proprio professore… perché qui chi vuole fare la rivoluzione è soltanto un povero pazzo.

Paolo Esposito

In tutto il mondo le persone disabili sono circa 650 milioni. La legislazione finora in vigore, anche quella italiana, risente di un’atmosfera risarcitoria ormai superata. Il 13 Dicembre 2006, le Nazioni Unite hanno approvato la Convenzione sui Diritti delle persone con disabilità, che è stata recepita nel nostro paese con la legge n. 18 del 3 Marzo 2009. “Scopo della Convenzione è promuovere, proteggere e garantire il pieno ed uguale godimento di tutti i diritti umani e di tutte le libertà fondamentali da parte delle persone con disabilità, nonchè promuovere il rispetto per la loro intrinseca dignità”.

La Convenzione, di fatto, rende i disabili titolari di tutti i diritti al pari degli altri cittadini e dunque non più tutelati esclusivamente da politiche assistenziali come fossero una categoria impossibilitata a provvedere alle proprie necessità. La sua ratifica vincola gli Stati firmatari ad elaborare un corpus di leggi che tenga conto delle linee guida fornite dalle Nazioni Unite in materia di disabilità.

Per far conoscere questo importante strumento di politica sociale internazionale, si è svolta Sabato 27 Giugno, nella Aula Magna della università Partenope in Via Acton a Napoli, la Prima Giornata di Promozione e Diffusione della Convenzione O.N.U. dei Diritti dei Disabili.

La giornata di studio ed approfondimento è stata organizzata dal gruppo di Progettazione formato dai giovani dell’Unione Ciechi e degli ipovedenti di Napoli, con la collaborazione della società “Napoli Sociale”, con l’aiuto del “Libro Parlato”. La giornata ha avuto l’Adesione del presidente della Repubblica ed il patrocinio della Regione, del Comune e della provincia.

I lavori, introdotti da Gaetano Cimmino del Gruppo di Progettazione dell’U.I.C. di Napoli, che ha illustrato gli obbiettivi della giornata ed ha presentato i relatori. Dopo i saluti del Presidente UIC Provinciale di Napoli Giovanni D’Alessandro e dell’Amministratore Delegato della Napoli Sociale Isidoro Orabona, si sono svolte le relazioni del dott. Giampiero Griffo, tra i massimi esperti delle politiche di inclusione sociale e membro del Disability Forum, che ha partecipato alla stesura della Convenzione ed il professore Rodolfo Cattani, consigliere nazionale dell’U.I.C. ed esperto della Commissione Europea.

I due autorevoli esponenti hanno spiegato il valore ed i contenuti della Convenzione e l’importanza che assume per l’intera società. In particolare Giampiero Griffo si è soffermato sul cambiamento che deve essere introdotto in tutto il mondo, del concetto di disabilità, che non è una malattia, che non è una imperfezione della natura da nascondere o eliminare, come accadeva nei tempi passati ma bensì, la disabilità è una risorsa per l’intera umanità. Il rispetto dei diritti dei disabili rappresenta una concreta possibilità di costruire lo sviluppo della società da un diverso punto di vista, meno esasperato, meno competitivo e che tenga conto di tutte le umane diversità.

Ai lavori ha partecipato anche l’Assessore Regionale, Alfonsina De Felice, alla quale Mario Mirabile a nome del Gruppo di progettazione ha presentato una proposta per la diffusione della Convenzione e per l’istituzione di un osservatorio sulle disabilità nella Regione Campania.

Ai lavori ha preso parte anche l’onorevole Gianfranco Paglia, del PDL, uno dei due unici deputati disabili del nostro Parlamento, che ha affermato, che le Convenzioni firmate in ambito internazionale, corrono il rischio di non essere applicate senza un corpo organico di norme in cui sono previste sanzioni certe per chi non rispetta le disposizioni di legge.

Una giornata ricca di spunti, di incontri e di presenze di tutte le associazioni dei disabili regionali, un momento molto importante per la nostra Regione, in cui i disabili, appropriandosi dei contenuti della Convenzione, si sono fatti protagonisti della sua diffusione. I primi che devono essere convinti del valore della Convenzione devono essere i disabili, che sono gli unici e veri protagonisti nella affermazione dei propri irrinunciabili diritti.

Raffaele Pirozzi e Giuseppe Biasco

Tratto da “Frontline” di Barbara Schiavulli

“Le aziende europee Siemens e Nokia hanno recentemente confermato di aver progettato il sistema di filtraggio e censura delle comunicazioni fornendolo alle società iraniane ITC e CIC che lo utilizzano per conto del ministero della Cultura allo scopo di identificare i dissidenti e bloccare siti sgraditi all’interno dell’Iran. Nella vicenda sarebbero coinvolte anche aziende italiane.

Visto che le leggi sulla stampa in vigore nella Repubblica Islamica prevedono anche la pena di morte per reati di opinione e che in più di un processo contro dissidenti le autorità hanno esibito come prove  copie di e-mail private, l’esecutivo di Information Safety and Freedom si rivolge alle autorità e ai parlamentari dell’Unione Europea perché avviino procedure di sanzionamento nei confronti di queste imprese che si sono rese complici della sanguinaria repressione in atto in Iran.

Il sistema di controllo iraniano filtra e controlla e-mail, blog, siti web, ma anche telefonate, sms e trasmissioni via satellite. Sono almeno cinquemila i siti chiusi in questi ultimi mesi, mentre migliaia gli utenti di tecnologie di comunicazione arrestati sulla base dello spionaggio attuato dalla polizia con l’utilizzo delle tecnologie europee.

E’ come se Siemens  e  Nokia avessero dotato il governo iraniano di un’arma che ogni giorno produce arresti, torture e anche esecuzioni capitali, oltre ai reati di violazione della privacy e della libertà di espressione. Il 6 novembre del 2007 la Commissione Affari Esteri della Camera degli Stati Uniti aprì un’inchiesta nei confronti della società Yahoo! che aveva collaborato con le autorità della Repubblica Popolare Cinese nell’identificazione di un’utente web, il giornalista Shi Tao, che aveva inviato all’estero notizie considerate riservate e che per questo fu condannato a dieci anni di carcere. La Yahoo! fu pesantemente sanzionata e il presidente della Commissione Tom Lanos si rivolse agli imprenditori così: ’sarete anche dei giganti finanziari, ma non valete niente sul piano etico’, accusandoli di complicità nella violazione dei diritti umani. Ci chiediamo se l’Unione Europea consideri questi valori prioritari anche nelle attività commerciali riguardanti un Paese sottoposto a sanzioni”.

L’alba è da poco trascorsa regalando l’inizio di un nuovo giorno, un venticello fresco accarezza con insistenza il viso lasciando una strana sensazione di inadeguatezza. Mancano dieci minuti alle sei del mattino quando partiamo da Aversa, vicino Caserta, per raggiungere il carcere di Santa Maria Capua Vetere.

E’ venerdì 26 giugno e come ogni settimana è il giorno in cui i detenuti possono incontrare i loro familiari. Giungiamo a destinazione quando mancano pochi secondi alle sei e un quarto, lo spiazzale antistante la recinzione è già gremito d’auto mentre una folla variopinta brulica chiassosa dinanzi ad un gabbiotto. <<E’ sempre così - esordisce una distinta signora sulla quarantina, moglie di un detenuto - e pensi che lo sportello per gli accrediti aprirà solo alle sette e trenta, aggiunge tutta trafelata mentre si mette in fila>>. Poco distante da lei i suoi due bambini, un maschietto ed una femminuccia, rispettivamente di dodici e dieci anni l’attendono pazienti in un lercio parallelepipedo di lamiera, scritte sulle pareti e pavimento gommato interamente divelto. Ci accomodiamo accanto a loro. Dinanzi a noi sfilano anziani, bambini e disabili, non mancano ragazze madri con i propri neonati, un’unica “colpa” accomuna quell’umanità così variegata: essere familiari di detenuti.  La frescura delle prime ore del mattino, addolcita dall’incedere del giorno inizia ad essere ammorbata da un lezzo infernale. <<Sono i bagni - mi fa un bambino seduto accanto – per poi ammonire subito dopo - ti raccomando, se vai stai attento, sono sporchissimi!!>> Difficile dargli torto, qualche passo ed ecco comparirci dinanzi un ammasso di lamiera assemblato alla meno peggio con all’interno un bugiolo affogato di liquami.  

Il tempo trascorre lento in questa macchia di cemento ed ognuno cerca di ingannarlo come può, una signora si dedica all’uncinetto, un gruppetto di anziani discutono di processi e giudici tra bestemmie e improperi,  nugoli di bambini si rincorrono giocherellando tra alberi rinsecchiti e pali arruginiti.

Sono le otto e mezzo quando si riceve l’accredito per entrare, un lungo percorso scortato dalle guardie condurrà i familiari nell’ala dedicata alle perquisizioni e al lascito di soldi e generi di prima necessità per i detenuti. Non ce n’è per nessuno, anche i bambini vengono perquisiti con modi spicci da omaccioni e donne che della loro femminilità hanno conservato davvero ben poco. Dopo, finalmente, si giunge nella sala colloqui, mura altissime, porte blindate ed un tavolaccio di marmo è ciò che divide il mondo dei liberi da quello dei reclusi. Non c’è alcuna intimità, giovani coppie e nuclei familiari tutti assieme rinchiusi in pochi metri quadri e persi in una babele di storie ed emozioni sovente in antitesi tra loro. Sessanta minuti ed ecco che il palmo della mano sbattuto più volte sulla porta blindata da uno dei secondini, sancisce la fine dei colloqui. Pochi minuti di cammino ed i primi visitatori guadagnano nuovamente l’uscita <<Le guardie hanno delle chiavi grandissime che fanno tanto rumore quando aprono le porte>>, afferma tra lo stupore e la paura un bambino appena sbucato dai cancelli, i suoi occhi leggermente velati dal pianto sembrano nascondere un abisso dal quale difficilmente ne uscirà indenne quando sarà adulto.

E’ questa la funzione rieducativa attribuita alla pena dal nostro ordinamento? Qual futuro potranno mai avere questi bambini cresciuti tra il tatto fastidioso delle perquisizioni ed il rumore sordo delle chiavi che girano nelle toppe blindate? Davvero si crede di migliorare la società con un simile modus agendi? 

L’aria è decisamente più calda, il sole risplende già alto. Sono le dieci passate quando ci allontaniamo, alle nostre spalle un avviso continua ad ammonire che i colloqui del 15 Agosto 2007, causa festività, sono rinviati. Nella mente,  ossessiva, continua a  risuonare una vecchia pagina “Dei delitti e delle pene” di Beccaria,  “Non vi è libertà ogni qual volta le leggi permettono che in alcuni eventi l’uomo cessi di esser persona e diventi cosa”

Raffaele de Chiara 

Riceviamo e pubblichiamo dal Mons. Giovanni Climaco Mapelli

Milano 24 Giugno 2009 -   L’Aggressione di Napoli agli omosessuali è grave e ci indigna: prendiamo atto delle parole concise del Cardinale di Napoli Crescenzio Sepe che l’ha condannata, il cardinale è persona saggia e lungimirante, ma la Chiesa deve porsi anche qualche domanda e fare qualche autocritica. Se per caso con il suo reiterato giudizio pubblico sprezzante e duro verso le persone omosessuali e transessuali non abbia di fatto dato copertura sociale e morale a questi atti.

Non c’è una seria riflessione teologica e antropologica sul vissuto delle persone gay e lesbiche o transessuali nella realtà odierna, che chiedono par diritti e non discriminazione, e in un tessuto già degradato del Sud d’Italia ma anche più ampio, queste persone più esposte finiscono per fare da caprio espiatorio di ogni violenza urbana giovanile, costituita da ignoranza e da incultura, al limite dell’inciviltà.

La Chiesa Cattolica Romana ha circondato, da secoli, l’omosessualità e l’affettività di gay e lesbiche o dei transessuali di un alone oscuro di colpa e di pregiudizio, anticristiano e antievangelico, e pressoché disumano.

Non si capisce, e non lo capiamo né come Teologi né come Presbiteri o Vescovi di un’altra realtà ecclesiale, perché mai un giovane, ragazzo o ragazza, che provi amore per una persona del suo sesso debba essere ritenuta colpevole, e meritevole di violenze verbali e fisiche, e debba pagare, magari all’età di soli 18 – 20 anni, tutto uno stigma sociale , morale e religioso che gli ricade addosso con il peso di secoli e secoli di atavica e mai conclusa persecuzione.

Come uomini di Chiesa siamo vicini a chi è stato colpito e diciamo a tutte le Istituzioni chiamate in causa di non transigere ma di usare severità e fermezza verso i responsabili che sono veri e propri criminali nonostante la giovane età, poiché mirano alla eliminazione dell’altro, ritenuto indegno di vivere, e che non vanno affatto giustificati nè scusati. 

CHIESA DIOCESANA dei Santi Cirillo e Metodio
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