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Sabato 14 Novembre

A partire dalle ore 15.00

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Sabato 14 Novembre, a partire dalle ore 15, ritorna l´appuntamento con Caffè News TV, il rotocalco quindicinale di Caffè News Magazine.

In diretta da Reggio Calabria Francesca Magno e Bianca Misitano condurranno una nuova puntata dal titolo “Verità & Giustizia”.

Tematica centrale sarà la situazione all´interno delle carceri italiane e le morti “per cause da accertare” nei penitenziari.

In particolare tratteremo il caso di Niki Aprile Gatti, deceduto nel carcere di Sollicciano nel 2008, anche attraverso la lettera inviataci della madre, la signora Ornella Gemini.

Saremo in collegamento telefonico con Dario Stefano Dell´Aquila, del comitato direttivo dell´Associazione Antigone che si occupa dei diritti e delle garanzie nel sistema penale.

Con lui faremo il punto sui problemi all´interno dei penitenziari e delle soluzioni auspicate dall´Associazione.

Con ogni probabilità prenderà la parola anche Davide Cerullo, autore di Ali Bruciate, col quale parleremo della sua esperienza in carcere.

Vi aspettiamo, non mancate!

 

La vignetta di Caffè News Magazine è a cura di Dario Levi

Vignetta Caffè News Magazine

La Vignetta di Dario Levi

 Rotolando Verso Sud

Caffè News Magazine e Citizen Journalism – Dove il cittadino racconta

Aufbruch aus Troja: l’esigenza di raccontare una storia di sempre

Cose di Casa Nostra

Il Crocifisso della discordia

Storie di influenze, pandemie e paura

Buon compleanno Berlino!

Democrazia e Berlusconismo

L’alternativa al posto fisso

La Rubrica della Settimana

Intervista con i Jalisse: Il “duo” che non ti aspetti… 

 

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Vignetta a cura di Dario Levi

Martedì 10 Novembre 2009
Ore 18.00
Libreria UBIK di Napoli, Via Benedetto Croce n° 28

 

Martedì 10 novembre, alle ore 18, la Libreria Ubik di Napoli ospiterà “Citizen Journalism – Caffè News Magazine e l’Informazione2.0″, nell’ambito della rassegna Sentieri Digitali. Prenderanno parte all’incontro Francesco Bellofatto, giornalista e docente di Educazione ai New Media all’Istituto Universitario Suor Orsola Benincasa, Ciro Pellegrino, giornalista di E-Polis, Francesca Ferrara, newsmakerdirete appassionata di Internet e Innovazione Digitale, e Paolo Esposito, giornalista e coordinatore di Caffè News Magazine.

Il “Citizen Journalism” è un fenomeno rivoluzionario, che lascia il segno della sua forza innovatrice già soltanto con la sua definizione. Anche i meno abili con la lingua d’Oltremanica comprendono immediatamente che il Citizen Journalism è qualcosa di nuovo, ma soprattutto qualcosa di diverso. E’ un’altra cosa, rispetto al solito giornalismo. Per chi sta più dentro a certe tematiche, appare evidente che, in prima analisi, si tratta di una sorta di contraddizione in termini: di solito e storicamente, il giornalismo sta da una parte, mentre i cittadini devono per forza stare dall’altra. Perchè il giornalismo racconta ciò che è la società, e quindi i cittadini. Non ha senso, a voler rimanere legati a schemi tradizionali (e ormai vetusti), parlare di un giornalismo fatto dalla gente. Come fanno le persone a raccontare se stesse? Non c’è per forza bisogno che sia qualcun altro a raccontare per loro?

Ma, appunto, certi schemi sono da abbandonare. Tra il Giornalismo e la Cittadinanza va collocata la crisi della nostra democrazia. Se la nostra democrazia funzionasse a dovere, in Italia ma anche in altri Paesi, il giornalismo basterebbe a se stesso. Basterebbe a raccontare. Oggi, invece, a stento basta ad informare, che è cosa ben diversa dal raccontare. Se siamo arrivati a ciò, lo dobbiamo, dunque, al malfunzionamento della nostra democrazia, la quale nasce come potere del popolo, strutturato sotto diverse forme, ma poi si cristallizza come sistema di diritti e doveri, che dovrebbe produrre uguaglianza e libertà. Le sacre colonne dei nostri padri, i baluardi di lotta di secoli di generazioni passate. E noi così spesso ci distraiamo, dimenticando persino la loro esistenza.

E’ colpa del popolo, di quello che dovrebbe avere il potere, se oggi al giornalismo fa freno e limite proprio il Potere. Senza dubbio siamo di fronte a tematiche secolari, in quanto da sempre giornalismo e potere si sono confrontati e scontrati, senza esclusione di colpi e senza vincitori nè vinti, se non momentanei. Ma la questione attuale tra giornalismo e potere è ben diversa, perché si incardina nell’economia, che è motore, volenti o nolenti, degli stessi nostri diritti e doveri. Lo sanno bene i direttori dei giornali, i redattori e persino i tantissimi giovani, assunti dalle redazioni come lavoratori a progetto o precari di varia natura, che riempono le colonne di carta stampata (oggi anche quelle di pixel) per quattro soldi.

L’editoria è in crisi e di giornali non si vive più, questo è risaputo. La gente ormai sembra, tra le altre cose, molto più pronta a schierarsi a difesa di un gruppo politico (quindi, a difesa del potere) piuttosto che della libertà di stampa. E anche quando si manifesta a favore della libertà di stampa, lo si fa con le bandiere di partito a sventolare, tra e mani e nella testa. Responsabilità e colpe si incrociano come in una rete inestricabile e incomprensibile, dove persino il cittadino, solitamente vittima, non può dire di aver compiuto tutto il proprio dovere. Insomma, scrivere non si può più come un tempo. La libertà che si continua a nutrire nelle menti e nei cuori non riesce a trovare manifestazione concreta nella realtà esterna.

Il manifesto più evidente di ciò sono le incessanti vessazioni, i soprusi, gli imbrogli, le macchinazioni del potere, i meccanismi mangia-diritti e tutte le vicende ombrose e mai risolte che colorano di opaco le nostre vite, dal Nord al Sud dell’Italia. Sistemi impossibili da scardinare, che producono morti e distruzione, ai territori e alle comunità.

Giornalisti come Giancarlo Siani e Giovanni Spampinato o liberi pensatori come Peppino Impastato non sono morti per cercare di raccontare cose evidenti, dinamiche criminali già chiare nella loro essenza: sono morti per informare visceralmente su cose che non si vedevano, che non si sapevano, che non si volevano conoscere.

E questo è successo perchè dietro la cortina, dentro l’oscurità del potere e della nostra malfunzionante democrazia, c’è qualcosa di veramente grosso contro cui non basta essere bravi giornalisti e provare a raccontare alcuni fatti. Quello che si muove nell’ombra può essere qualunque cosa, da un attentato terroristico all’uccisione di qualche personaggio “scomodo”, dalla diffusione di nuovi virus alla creazione di cartelli economici destinati a distruggere l’economia di intere famiglie. Nell’ombra c’è qualsiasi cosa che possa farci del male, ucciderci, trasformarci in cittadini arrabbiati contro noi stessi e contro la società. Se non sarà qualcuno o qualcosa a salvarci, al prossimo passo ci aspetta soltanto un normale giornalista, giunto in una casetta dimenticata da tutti a documentare l’ennesimo omicidio/suicidio familiare, il gesto estremo di chi non ce la fa più, la “follia” incomprensibile di persone qualsiasi cui era venuta in odio la società.

Allora dentro quell’ombra bisogna entrarci, con veemenza, come un’irruzione incontrastata fatta da chi non ha più nulla da perdere. Bisogna tornare a raccontare, visceralmente, senza paura! Raccontare e informare, senza neppure i presupposti, senza tesserino da giornalista, senza un nome e soprattutto senza un cognome. Fare informazione senza un ufficio e senza carte, senza i comunicati stampa che ti arrivano, ma andando a sporcarti le scarpe nell’ultimo vicolo della tua città. Perchè solo tu lo sai che là dentro troverai un’altra notizia da raccontare. Bisogna tornare a fare giornalismo, farlo dal basso come non si è fatto mai, perchè nell’immaginario vetusto della società e dei mezzi di comunicazione il Giornalismo e la Cittadinanza camminavano separati. Oggi facciamo loro stringere la mano, li facciamo camminare insieme, con le nostre gambe. Sono le gambe e i passi di giovani che non hanno ancora un futuro, perchè il potere e la nostra malfunzionante democrazia non ce l’hanno ancora predisposto. Ma saranno passi che lasceranno orme difficili da cancellare, perchè attraverso il nostro Giornalismo Civile passa il racconto di quello che siamo veramente, oltre ogni ombra e al di qua di ogni patina opaca: dentro i nostri diritti e doveri, fuori da ogni limite materiale. Dove il cittadino racconta, verità e potere coincidono.

Simone Aversano

Dalla nostra corrispondente da Berlino

 

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Foto gentilmente concessa da Ute Langkafel

Manuela Naso. Siciliana di Caltagirone. Regista. Da sei anni a Berlino.
L’esigenza di essere regista si svela percorrendo le tappe degli studi a Milano e a Dublino. Ritorna poi al teatro di Siracusa, ma dall’altra parte della cavea dove il teatro si fa.
Dopo, Berlino.
Durante l’immersione nella città e nella lingua, riemerge l’irrefrenabile esigenza di fare teatro. Nel salotto di casa sua nasce il Teatro Instabile di Berlino. Sceglie il tedesco per raccontare al suo pubblico. Interpreta ciò che Pirandello, Brancati, Pasolini e Calvino comunicano a fil di voce nelle opere meno conosciute. Spiega la migrazione delle ultime generazioni di italiani verso la Germania attraverso la rappresentazione del testo di Marisa Fenoglio Woanders Leben/Vivere altrove.
Segue il lavorio di ricerca e comprensione che sfrega la sua esigenza di raccontare. Delinea con più spessore la funzione politica che intende dare al suo modo di fare teatro. Giunge così alla messa in scena di
Aufbruch aus Troja/Fuga da Troia. L’opera è pensata insieme e scritta dal drammaturgo Eckart Seilacher.

Restituisce umanità, ma anche concretezza alle storie di migrazione e dei profughi di oggi dal sud al nord del mondo, senza pietismo, ma nel distacco dell’espressione artistica.

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Foto gentilmente concessa da Ute Langkafel

Ne parlo con Manuela Naso, nel buio serale di un caffè berlinese tra lo schiumare intermittente del latte ed il tintinnio dei cucchiani.

 

Manuela, la rappresentazione teatrale Aufbruch aus Troja/Fuga da Troia trae spunto da Le Troiane di Euripide per raccontare una storia che si svolge nella piena attualità dei flussi di immigrazione illegale ed i riflussi istituzionali per respingerla. Qual è l’idea motrice e che tipo di ricerche ti hanno condotto alla rappresentazione?

E’ da circa due anni che penso di fare uno spettacolo sulla guerra. Cercando di capire il perché mi interessasse cosí tanto l’argomento, mi sono resa conto che il modo a me piú vicino per trattare il tema era quello di fare uno spettacolo sulle conseguenze della guerra in termini umani, e cioè sugli arrivi in Europa di chi fugge dalla guerra. Doveva essere uno spettacolo sui profughi di oggi. Mi interessava tuttavia partire da un’origine antica e mitica: Le Troiane di Euripide ed ancor di piú L’Iliade di Omero. Poi, nel momento in cui ho letto il libro di Gianni Oliva, Qui si ammazza troppo poco sui campi di internamento italiani nei Balcani nel periodo del fascismo durante la II guerra mondiale, ma soprattutto il reportage di Fabrizio Gatti sull’Espresso sul periodo che ha trascorso nel centro di permanenza temporanea di Lampedusa, ho compreso quale fosse il giusto setting dello spettacolo. Da lì è cominciata la ricerca, l’approfondimento dei reportage di Gatti, la scoperta dell’esistenza di Frontex – l’agenzia di protezione delle frontiere europee-, l’incontro con i profughi e l’esperienza al centro di accoglienza di Caltanissetta ed in altri.

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Foto gentilmente concessa da Thomas Kantschew

Nel percorso artistico ho coinvolto Eckart Seilacher, drammaturgo con esperienze di teatro inteso come impegno politico, che è rimasto positivamente colpito ed incuriosito.

In Aufbruch aus Troja, la storia è modificata in alcuni punti. Le Troiane si mettono in viaggio verso l’Europa, guidate da Elena. Cosa significa?

Nelle Troiane di Euripide, le donne non decidono di scappare da Troia, bensì vengono deportate dai vincitori greci. Le quattro donne del nostro spettacolo – sopravvisute alla guerra – si allontanano da Euripide e si avvicinano alla storia di oggi. Le abbiamo messe in un viaggio nel tempo e nello spazio. Loro fuggono, ma non volontariamente. Neanche la scelta dei profughi odierni è completamente libera ed è questo il nodo dell’emigrazione forzata; io sfido a credere che una persona che viva bene nel proprio paese decida di abbandonare tutto ed affronti un viaggio tanto pericoloso per andare in un paese culturalmente cosí diverso dal proprio e di cui sa ben poco.

Elena – la greca – rappresenta il nostro alterego ed esprime la nostra proposta artistica: salviamo l’Europa, le sue pretese umanitarie e le sue conquiste culturali aprendo incondizionatamente le porte ai flussi migratori. Si tratta chiaramente di una proposta provocatoria. Elena vuole portare in Europa queste donne e le istruisce su come raccontare le proprie storie: perché in Europa si entra solo se si è vittima e se si è in grado di raccontare bene la propria storia. A me sembra che al momento ci stiamo mettendo in ridicolo nei confronti di noi stessi. Bisognerebbe provare a considerare che tipo di umanità entra nei nostri paesi.

E Ulisse? Attraverso di lui porti in scena una dichiarazione di Berlusconi durante la visita di Geddafi in Italia, l’estratto di un’intervista a Schäuble ed una figura che gioca con il mondo come Il grande dittatore. Come siete arrivati alla sintesi di questo personaggio e che cosa rappresenta per voi?

Vorrei precisare che nel plot delle Troiane non è presente il personaggio di Ulisse, abbiamo scelto noi di inserirlo in quanto rappresentazione dell’uomo moderno.

Nel nostro spettacolo Ulisse non è Berlusconi e non è Schauble, è come noi oggi volevamo rappresentare l’uomo politico, o meglio l’Europa politica. Un personaggio dal passato eroico con delle potenzialità infinite. Ha posto fine al decennale assedio di Troia attraverso la trovata del Cavallo di Troia, è stato capace di accecare Polifemo, ascoltare il canto delle sirene, circuire Circe, è riuscito a fare tutto, ma adesso, soddisfatto delle proprie conquiste e bisognoso di proteggerle, sta diventando un antieroe. Come un Prometeo incatenato sulla rupe, lui è incatenato alla sua palla trasparente. Questa palla – diventata nello spettacolo il mondo, in associazione con il grande dittatore – ha assunto il significato del potere, che non si può o non si vuole mai abbandonare, ma con il quale si può giocare.

Non si vuole demonizzare Ulisse, né eroicizzare. Si vuole raccontare di lui, della sua decadenza, del suo amore per la poesia e delle sue paure, che lo spingono a sentirsi al sicuro solo nella sua fortezza. Da lì può organizzare le politiche di respingimento e spedire in missione il soldato Taltibio, personificazione di Frontex.

Ulisse rappresenta la grande potenzialità di quello che potrebbe fare ed essere l’Europa e che forse per paura non fa o forse per bisogno di protezione. Mi sono anche spesso chiesta se la via politica scelta dall’Europa non sia al momento l’unica praticabile, di certo la piú semplice. Non lo so, la questione di sicuro non è di facile risoluzione.

Sebbene mi dici che il lavoro si concentri sulle conseguenze della guerra, mette anche in scena le forme di una nuova guerra. Di cosa è fatta questa guerra?

L’idea originaria era uno spettacolo sulle conseguenze della guerra. Attraverso le ricerche, tuttavia, ci siamo imbattuti in una nuova guerra. La guerra del Mediterraneo sta mietendo tanti morti, il Mediterraneo è una fossa comune e le forze messe in campo dall’Unione Europea sono forze belliche: Frontex ha un tale equipaggiamento. In termini propagandistici, l’immigrazione è invasione e quindi un’invasione va fermata, prevenendo la minaccia di sovversioni interne con una guerra preventiva.

Per chi arriva si apre poi in Europa una guerra di carta, quella della burocrazia. Per uno straniero – che non comprende la lingua – in questa guerra è davvero difficile muoversi ed è a tratti umiliante.

Nell’ultima scena dello spettacolo Cassandra prende in mano la situazione e prepara le altre donne ad un attacco contro Taltibio. Qui  abbiamo cercato di dare una valvola di sfogo all’esasperazione ed alla rabbia che i profughi che cercano di fare richiesta di asilo devono provare. L’attesa infinita, l’essere sottoposti a schiavismi lavorativi o personali, tutto ciò non può far altro che esplodere. 

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Troja Plakat (Locandina)

Cosa ti aspetti da questo spettacolo, quali conseguenze hai tratto?

 

Attraverso questo lavoro mi sono resa conto di quanto il tema dell’immigrazione clandestina sia un banco di prova per l’Europa e sto comprendendo sempre più quale sia la funzione politica del teatro che mi interessa fare. Il mio teatro nasce da un’esigenza personale, che diventa collettiva nel momento in cui si rispecchia in un malessere sociale. Non credo che il teatro debba dare risposte definitive, che potrebbero rischiare di diventare propaganda, ma puó e deve raccontare storie e porre  interrogativi urgenti, ai quali spetta ai politici rispondere ed ai cittadini riflettere.

Io mi auguro che chi è venuto a vedere lo spettacolo, la prossima volta che sentirà parlare di uno sbarco, pensi a Frontex o ad una delle storie raccontate dalle attrici, che veda il volto di queste attrici, che dia un po’ di umanità e concretezza a ciò che accade, perché i profughi non sono tanto lontani quanto si crede. 

Il Teatro Instabile di Berlino parla in tedesco, ma parla anche a tanti italiani. Che tipi di percezioni raccogli?

Le percezioni sono molto differenti. In Germania ci si sente lontani e protetti da quello che accade ai confini meridionali, si guarda all’Italia con molto distacco pensando che l’arrivo dei migranti in massa riguardi solo noi, dimenticando che è una questione europea.

Tra gli spettatori tedeschi alcuni sono stati emotivamente ed intellettualmente scossi dalla messinscena, altri hanno commentato innervositi che queste storie si conoscono già ed è inutile parlarne. In realtà noi ci vogliamo proteggere da queste storie, non le vogliamo, perché sono le storie dei profughi di sempre. Sono storie di esseri umani in fuga: dalle persecuzioni, dalle guerre, dalla fame… e questo lo abbiamo vissuto anche noi europei in un passato ancora molto vicino ma presto dimenticato. Penso che se non fossi stata siciliana, se non mi fossi resa conto di come venga vissuta la mia isola da chi ci arriva non avrei mai fatto lo spettacolo. Il racconto che Gatti fa in quei sei giorni trascorsi a Lampedusa è molto umiliante. E’ umiliante per me come siciliana, come italiana, per noi come europei leggere del trattamento che abbiamo riservato in quei sei giorni ai migranti.

Sono contenta di aver fatto questo spettacolo in Germania. Insieme ad Eckart, abbiamo trovato molto materiale europeo, e poi volevo parlare ad un pubblico tedesco che si sente lontano da questa storia. Mi incuriosisce tuttavia l’idea di portare questo lavoro – prodotto all’estero e messo in scena in tedesco – in Italia. Cosí come credo sarebbe molto interessante provare ad andare con lo spettacolo in un paese africano, a raccontare come un gruppo di artisti europei interpreta l’Europa e le storie di chi viene da tanto lontano e che sta cambiando il volto del nostro continente.

Ulteriori info e foto su: www.teatroinstabileberlino.org

Vera Ragone

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Vignetta a cura di Dario Levi

E’ incredibile come certa parte dell’umanità stia facendo della presenza o assenza del Crocifisso nelle aule, una sorta di guerra ideologica; è incredibile come stiano trasformando un simbolo religioso (un simbolo che dovrebbe stimolare a riflessioni pacate e amorevoli, un simbolo di estremo Amore: Gesù crocifisso per AMORE dell’umanità e per riscattarne i peccati) in una mera e mediocre polemica!

Paradossalmente quello che dovrebbe essere il simbolo di un Amore immenso e universale verso gli uomini e tra gli uomini = “vi lascio la pace, vi do la mia pace” (da parte di un Dio infinitamente buono i cui insegnamenti si ergono su pilastri etici di grandissimo valore quali l’amore verso il prossimo, la carità, la fratellanza, il perdono, la tolleranza, il rispetto altrui ) sta invece diventando il simbolo della DISCORDIA!

Trovo questa disputa tra “sostenitori” e “abolitori” davvero poco costruttiva, semplicemente perché spesso non è supportata da valide argomentazioni da ambo le parti.

Il tenore delle discussioni, all’indomani della sentenza della Corte di Strasburgo, mi ha lasciata basita non perché tale sentenza combaciasse o discordasse con la mia personale opinione, ma semplicemente perché accompagnata da toni talvolta sguaiati, inutilmente polemici e irrispettosi verso l’opinione “dell’avversario” ideologico.

Forse ci dovremmo rendere conto che la disputa sul Crocifisso si sta configurando come una sorta di battaglia in cui il feticcio (lo scrivo, sia ben chiaro, senza voler minimamente violare la sacralità del simbolo stesso) non è altro che un mero oggetto da difendere o da disprezzare; è una disputa davvero sciocca, se fatta solamente in questi termini.

Avrei gradito moltissimo, invece, che le discussioni tra le due parti, si fossero celebrate e si celebrassero all’interno di un clima sereno e disteso dove IL RISPETTO DELL’OPINIONE ALTRUI doveva essere (e dovrebbe essere) qualcosa di molto caro ai disputanti.

Avrei gradito moltissimo che, a supporto delle due teorie, vi fossero argomenti fondati, una conoscenza profonda della tematica, una capacità dialogica ed una volontà di discussione pacata sulle problematiche… Ovviamente mi riferisco anche ai toni usati da TUTTO il mondo politico italiano: toni aggressivi, polemici, alle banalità strillate che denotano una grande vuotezza di contenuti e di idee.

Stanno cercando di fare del Crocifisso un vessillo politico da innalzare per… Avere più voti!? Diciamocelo chiaramente!

Stanno cercando di proporci un mondo bipolare all’interno del quale se ti schieri “contro la sentenza della Corte di Strasburgo” sei un bravo cittadino e hai una coscienza civile nobile, se invece sei favorevole alla sentenza non sei dotato di saggi principi e non vieni rispettato per la tua opinione (pensate alle dichiarazioni del Ministro della Difesa La Russa: “Possono morire, ma noi il Crocifisso non lo leveremo!!”); oppure, mi fanno amaramente sorridere le dichiarazioni di chi, non sapendo a cos’altro aggrapparsi, si limita a dire che “il Crocifisso c’è sempre stato nelle aule”… In sostanza fa parte dell’arredamento!

Non si rendono conto che, discutendo e litigando in questi termini e con questi toni, stanno già violando in toto gli insegnamenti cattolici?!

Ma dopotutto non c’è di che stupirsi se si pensa che i nostri politici si dichiarano quasi tutti Cattolici convinti e quasi tutti non hanno la benché minima idea di come si applichino i pilastri morali insegnati da Gesù: basti pensare alle leggi che autorizzano i respingimenti degli immigrati, basti pensare all’odio viscerale che intercorre tra loro stessi espletato dalle solite frasi quotidiane di disprezzo reciproco, basti pensare a quanto siano attaccati alle loro poltrone e ai loro stipendi d’oro, basti pensare a quanto sia corrotto il mondo politico in generale, basti pensare a quanto molti abbiano una moralità inesistente, ecc.

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Vignetta a cura di Dario Levi

Qui di seguito riporto i Dieci Comandamenti SECONDO LA SACRA BIBBIA (Esodo 20:2-17); volutamente ho scelto la versione non mnemonica.

Invito ciascuno a meditare, interrogandosi profondamente e onestamente, su quanto chi si permette di politicizzare la questione, in realtà non si trovi proprio nella posizione di poterlo fare (pensiamo, appunto, a quanta immoralità e quanta corruzione è vissuta e vive all’interno del panorama politico); interroghiamo anche noi stessi su quanto violiamo quotidianamente gli insegnamenti di Gesù Cristo.

1)     “Io sono il Signore, il tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla casa di schiavitù. Non avere altri dèi oltre a me.

2)      Non farti scultura, né immagine alcuna delle cose che sono lassù nel cielo o quaggiù sulla terra o nelle acque sotto la terra. Non ti prostrare davanti a loro e non li servire, perché io, il Signore, il tuo Dio, sono un Dio geloso; punisco l’iniquità dei padri sui figli fino alla terza e alla quarta generazione di quelli che mi odiano, e uso bontà fino alla millesima generazione, verso quelli che mi amano e osservano i miei comandamenti.

3)      Non pronunciare il nome del Signore, Dio tuo, invano; perché il Signore non riterrà innocente chi pronuncia il suo nome invano.

4)      Ricordati del giorno del riposo per santificarlo. Lavora sei giorni e fa’ tutto il tuo lavoro, ma il settimo è giorno di riposo, consacrato al Signore Dio tuo.

5)      Onora tuo padre e tua madre, affinché i tuoi giorni siano prolungati sulla terra che il Signore, il tuo Dio, ti dà.

6)      Non uccidere.

7)      Non commettere adulterio.

8)      Non rubare.

9)      Non attestare il falso contro il tuo prossimo.

10) Non desiderare la casa del tuo prossimo; non desiderare la moglie del tuo      prossimo, né il suo servo, né la sua serva, né il suo bue, né il suo asino, né cosa alcuna del tuo prossimo

Siamo davvero sicuri che sia sufficiente battersi, talvolta aspramente, in nome di un oggetto da appendere o togliere, per essere buoni CRISTIANI?

Siamo davvero sicuri che il DIO CATTOLICO sarebbe orgoglioso di vedere i propri seguaci litigare per un simbolo, dimenticandosi che uno dei Suoi maggiori insegnamenti è stato proprio la tolleranza e il rispetto altrui?

Ricordo che lo stesso Don Milani quando faceva scuola nella parrocchia di Calenzano, metteva nel cassetto il Crocifisso per rispetto delle convinzioni di ciascuno dei suoi studenti.

Siamo davvero sicuri di essere dalla parte della ragione pretendendo la presenza dell’oggetto di culto (imponendolo), senza però imporre l’abolizione delle palesi violazioni dei diritti umani e delle libertà altrui che anche l’Italia compie?

Gesù, non ha forse predicato l’amore e la fratellanza?

E allora perché l’Italia, politica e non, discrimina l’ALTRO?

Perché gli immigrati (fratelli e sorelle secondo la visione cattolica) vengono respinti come rifiuti tossici nel silenzio generale?

Perché i gay, le lesbiche e i transessuali (fratelli e sorelle secondo la visione cattolica) vengono ancora percepiti dalla stragrande maggioranza di cattolici, come persone CHE DEVIANO e che perciò vengono discriminate non solo in Chiesa e dalla Chiesa, ma anche sui posti di lavoro?

Perché, ad esempio, a Piergiorgio Welby furono negati i funerali in Chiesa? Non era forse un fratello anche lui “plasmato a immagine e somiglianza di Dio”?

In questi casi nessuno dei “sostenitori del crocifisso nelle aule” combatte lotte agguerrite? Nessuno si scandalizza? Nessuno sente il dovere etico e morale oltre che civile, di mobilitarsi anche per questi fratelli e sorelle?

Davanti alla Clinica in cui fu ricoverata per tantissimi anni Eluana Englaro, un numero cospicuo di persone (dichiaratamente cattoliche) si riunì per portare simbolicamente pane e acqua a quella povera ragazza (la quale anche se avesse voluto, non avrebbe potuto mangiare autonomamente poiché veniva nutrita artificialmente)… Un gesto non offensivo, certamente.

Ma quanti di noi tutti i giorni compiono lo stesso gesto caritatevole nei confronti di un connazionale, di un “barbone”, di un rumeno, di un africano, di un arabo, ecc.?

Fermo restando che indubbiamente all’interno della Comunità Cattolica esistono persone che si occupano generosamente (spendendo fino all’ultima goccia di energia) di tutti queste persone e di questi “casi”: a loro va tutto il mio rispetto e la mia stima; vi invito però, a riflettere sulla fondatezza o meno di un dibattito “sulla presenza o assenza del Crocifisso nelle aule scolastiche” (anche in virtù del secondo Comandamento): Gesù non dovrebbe vivere nei cuori di ciascuno? Non dovrebbe essere quella la Sua casa? Non sarebbe infine, più coerente battersi per la reale e concreta applicazione dei principi di amore, fratellanza, tolleranza, pace, rispetto e solidarietà verso il PROSSIMO?

Francesca Magno

Qualche lettore attento ci ha chiesto perché i contributi del nostro Giuseppe Biasco compaiono sempre anche a firma di Raffaele Pirozzi che lo supporta di volta in volta. Giuseppe è un non vedente, ma vi possiamo assicurare che ha una forza e una vitalità unica… 

Quando mi svegliai, la stanza era piena di luce; pensai che doveva essere molto tardi, non avrei potuto andare a scuola. Mi rigirai nel letto e solo allora mi resi conto che ero coricato nel letto dei miei genitori, al posto di mia mamma, sprofondato nel grande cuscino con il quale lei dormiva e che a me piaceva tanto. Un odore forte, di qualcosa cotta sulla fiamma viva mi fece cacciare la testa da sotto le coperte, quel profumo mi aveva svegliato anche lo stomaco, avevo molta fame e mi accingevo a chiamare mia madre per sapere perché non ero andato a scuola e perché mi ritrovavo nel suo letto. Non ebbi il tempo di farlo, che lei entrò con un piatto in mano che conteneva una fetta di carne, che lei aveva già tagliato a pezzi piccoli per farmela mangiare a letto. Appena mi vide sveglio disse: “Come ti senti? Hai voglia di mangiare qualcosa?” Alla mia risposta affermativa, un sorriso la illuminò e senza altre parole mi sistemò in modo tale che potessi mangiare a letto.

Mangiare a letto era un privilegio particolare, se il cibo era poi una fetta di carne arrostita, significava che ero stato male davvero, molto male, per essere accudito in quel modo.

Negli anni della mia infanzia la carne la si mangiava la Domenica e qualche volta le polpette nel corso della settimana; con i ragazzi i modi erano spicci, i bambini erano trattati senza molte moine, non c’era ne il tempo ne la cultura. Soprattutto, c’era molto lavoro da fare per mia madre che cresceva quattro figli, accudiva alla madre anziana, mentre doveva occuparsi di tutti i problemi piccoli e grandi della casa che non potevano essere di competenza di mio padre, che usciva molto presto la mattina, lavorava tutto il giorno ed arrivava a casa stanco e molto tardi la sera.

Era l’inverno del 1957, avevo appena otto anni ed ero stato colpito dalla influenza “Asiatica”*.

Avevo passato la notte con la febbre alta, vomito ed emorragie di sangue dal naso. Mentre mangiavo con piacere, mia madre mi raccontò tutto quello che avevo patito, ed il loro timore per le mie condizioni. Mi ritornò alla mente quella brutta sensazione del sangue che scendeva dal naso, ricordai il mio spavento, per quel rosso che non riuscivo a fermare e che colava da per tutto sporcando le lenzuola ed il cuscino. Il passaggio nel letto dei miei genitori era stato necessario, perché, anche una parte del materasso era stata macchiata dal sangue di quella emorragia e come era prevedibile, mia madre, aveva già lavato tutto, ed il mio lettino non era disponibile per il momento. La pulizia era la prima necessaria ed indispensabile precauzione. Alle mie sorelle era stato permesso di salutarmi da lontano e loro lo fecero affacciandosi sulla porta della stanza da letto dei nostri genitori. Questo mi fece sentire solo ed ammalato per davvero, non mi era mai capitato di stare in quella particolare condizione. Avevo dolori da per tutto, ancora un po’ di febbre e respiravo male, perché una narice era ancora chiusa con il tampone con il quale era stata arrestata la epistassi.

La mia meraviglia fu grande quando mi fu riportato da mio zio Antonio, che con sua moglie Titina, allora, abitava ancora con noi: “Tuo padre è stato sveglio tutta la notte accanto a te, era pronto a portarti all’Ospedale dei Pellegrini**, se continuavi a stare tanto male”. Il pensiero che mio padre non aveva riposato per colpa mia mi fece agitare molto, non avrei mai voluto procurare un problema a del genere a mio padre. Mi tranquillizzai, quando mi raccontarono che, fortunatamente, la febbre molto alta, con le cure che furono messe in atto, nel corso della notte diminuì e tutti i gravi sintomi di quella influenza si attenuarono, consentendomi di dormire e recuperare. Mio padre poté così riposare un poco e andare a lavorare come al solito, certamente più sollevato.

Dopo aver mangiato la carne mi fu fatto bere il succo delle arance, altro alimento che si utilizzava molto in caso di malattia. Quando nel pomeriggio ritornò a casa, anche l’anziana zia Titina fu chiamata a consiglio da mia madre,che aveva già sentito il medico, per meglio curarmi. Così, seppi da lei che mi stavo riprendendo molto velocemente e che la mattina dopo, per completare la mia guarigione, occorreva che mangiassi una colazione a base di zabaione e latte.

L’uovo, battuto con lo zucchero, era un altro alimento importante in caso di malattia. Spesso a noi ragazzi era imposto di prendere l’uovo fresco, succhiandolo da un buco che era stato praticato nel suo guscio, un’operazione, che fatta alla mattina, appena svegli, non era molto gradita.

Quel pomeriggio mi fu consentito di stare a letto e di leggere i miei giornalini preferiti, mentre sentivo le voci di mia madre, di mia zia e della signora Rita che abitava nell’appartamento affianco al nostro. La signora Rita era molto preoccupata, aveva sette figli ed era in ansia per quella influenza che si presentava tanto aggressiva e pericolosa, soprattutto per i bambini e per gli anziani. Sentii mia Zia dire, con voce preoccupata: “Sembra quasi come la “Spagnola***”. Allora morirono tanta gente!” “Signore aiutaci!”esclamò atterrita la signora Rita. Ma mia madre la tranquillizzò: “Allora non c’erano le medicine giuste per curarla, adesso con due siringhe si cura pure una polmonite!” Zia Titina che era nata nel 1903 aveva 15 anni al tempo della “Spagnola”, si ricordava bene di quella grave influenza. “Signora mia” disse rivolgendosi alla nostra vicina; “ A quel tempo non c’era da mangiare ed io andavo girando con una pietra di canfora al petto, unita insieme alla immagine della Madonna del Carmine, quella era la nostra unica protezione”.

In quel 1957, l’antibiotico si chiamava ancora “penicillina” e veniva assunta attraverso delle dolorose iniezioni intramuscolari, che avevano bisogno di una lunga preparazione per essere eseguite e una certa abilità per farle. Da noi veniva una donna che girava per le case per fare questo mestiere. Noi ragazzi la chiamavamo la “signorina delle siringhe” e non ci era molto simpatica.

In quegli anni tutti sapevano a chi dare la colpa di quelle calamità che ricadevano sul genere umano. Era diventato un luogo comune. Di fronte alle stranezze delle stagioni, ai comportamenti riprovevoli ed immorali delle persone, all’insorgenza della pandemia di quella nuova influenza, la risposta era unanime: “E’ colpa della bomba atomica!” Come poteva spiegarsi diversamente la nevicata del 1956 che fu un avvenimento particolare e strano, una nevicata così intensa che non se ne ricordava una uguale, che lasciò Napoli sotto una coltre di neve alta, per molti giorni. I disagi per la popolazione furono molti, perché nessuno era preparato a quel freddo ed a quelle difficoltà di movimento.

Ed ecco che l’anno successivo iniziò quell’epidemia che sconvolse tutta l’Europa.

“La colpa è della bomba atomica!” Aveva affermato, convinta la Signora Rita, facendo riferimento a quegli esperimenti che gli americani facevano nell’Oceano Pacifico, dove interi atolli scomparivano sotto il fungo prodotto dalle esplosioni di ordigni nucleari. Di quello, ora, fortunatamente, non c’è più il ricordo, di atomico c’è rimasto solo il bikini e Rita Hayworth, la famosa Gilda.

Delle bombe atomiche e di quella influenza, oggi non resta memoria.

Di quel giorno in cui mi curavo della “Asiatica”, ricordo ancora, che mi riaddormentai, mentre le signore chiacchieravano in cucina e che mi risvegliai per un attimo la sera tardi, quando sentii la mano grande e calda di mio padre poggiata sulla mia fronte per misurare la febbre. Dovevo essere sfebbrato, perché quel gesto preoccupato, divenne una carezza, così dolce che ricordo, ancora, con infinita tenerezza. Continua a leggere

9 novembre 1989. Cadeva il Muro di Berlino. La Germania si riunificava sotto il tetto europeo e ci consegnava una delle pagine più belle e commoventi della storia del Novecento europeo.

Il Muro di Berlino venne eretto dal regime comunista della Germania Est nel 1961 per frenare un esodo che stava assumendo dimensioni di massa. Più di 2 milioni di cittadini nel decennio 1952-1961, fuggirono verso la Repubblica Federale, incoraggiati dalla superiorità raggiunta sul piano dei consumi privati.

Per ventotto anni questa barriera divise una città e separò un popolo. Oltre tremila persone furono arrestate mentre cercavano di scappare, la stima delle vittime cadute sotto il fuoco delle guardie, invece, non fu mai ufficializzata, anche se alcune fonti parlano di 943 omicidi.

Poi nel 1988 il leader sovietico Gorbaciov annunciò che “opporsi alla libertà di scelta significa opporsi alla storia”.  Era chiaro che i rapporti sociali e politici tra le due zone di Berlino, che facevano capo ai blocchi della guerra fredda, non sarebbero più stati gli stessi sia a livello nazionale sia a livello mondiale. Un anno dopo a Berlino mezzo milione di persone si mobilitò per chiedere un cambiamento radicale e, tra promesse ed entusiasmi, i media diffusero la notizia di una Riforma molto ampia della legge sui viaggi all’estero. L’interpretazione data dai cittadini di Berlino Est non poteva che essere la possibilità di passare la frontiera e raggiungere la parte Ovest: la sera del 9 novembre 1989, cinquantamila persone raggiunsero il Muro e marciarono verso la libertà. Quella notte i soldati sorvegliavano il confine e qualcuno, ancora oggi non si sa esattamente chi, dette loro l’ordine di ritirarsi: i picconi spaccavano il cemento e il volto dell’Europa cambiava per sempre.

Da simbolo della guerra fredda (quando fu costruito) ad emblema della sua fine(quando fu distrutto), la storia del muro, dalla tragica separazione delle famiglie ai disperati tentativi di fuga, è ancora oggi argomento affascinante della storiografia contemporanea per l’incredibile significato politico, storico, sociale ed emotivo.

9 Novembre 2009. Il muro non c’è più, e su quello che simbolicamente è rimasto in piedi, si sono puntati i riflettori del mondo. La cancelliera Angela Merkel celebra oggi, lunedì 9 Novembre, l’anniversario della riunificazione tedesca ed accoglie i leader dei Paesi della Ue per varcare simbolicamente il primo accesso aperto nel muro: sarà a braccetto con Lech Walesa (leader della svolta polacca) e Mikhail Gorbaciov. Dopo l’evento ufficiale il programma prevede un concerto di musica classica, l’abbattimento di mille pezzi del Muro a Potsdamer Platz e, in conclusione, i fuochi d’artificio alla Porta di Brandeburgo.

Giovedì scorso ci avevano pensato gli U2 a festeggiare la ricorrenza, esibendosi in un concerto dal vivo. I fari illuminavano il cielo e proiettavano icone del passato sulla facciata di Brandeburgo, mentre Bono urlava “Happy birthday Berlin!” e intonava le prime note di One. La folla gli rispondeva in coro accompagnando successivamente il pezzo del rapper più bravo al mondo contro discriminazioni di ogni tipo. A fare da sfondo la quadriga della porta che dominava su tutti e tutto.

 Brividi di gioia ed emozione come quando, vent’anni fa,  soffiava, orgoglioso e felice, il vento della storia.

Claudia Ruggiero

Il video è un’anteprima del documentario “Perché Voto Berlusconi” realizzato da Walter Brancatisano. La versione integrale è possibile scaricarla QUI!

Tra i tanti argomenti su cui è possibile pronunciarsi contro il berlusconismo, vorrei parlare di quello che per me è il più nuovo: il fatto che sia un pericolo per la democrazia. “Nuovo” perché fino a qualche tempo fa ero fra quelli che ritenevano esagerate certe preoccupazioni in tal senso: in fondo le elezioni continuano a svolgersi regolarmente, il voto è libero. Invece basta un occhio leggermente più attento per capire che non sono solo in pericolo i “corollari” della democrazia, ma la democrazia stessa, fino alle sue fondamenta. Chiunque sia scettico su questo punto, dovrebbe solo prendere un libro di storia ed andarsi a rileggere la storia del fascismo, dagli albori fino alla presa del potere: vi assicuro che troverete anche voi agghiacciante la quantità di somiglianze con quanto accade oggi, quasi sembra che oggi si prenda “spunto” da quel periodo, tante sono le “coincidenze”.

Per parlare di democrazia, questo concetto così abusato e strumentalizzato, siamo costretti in questi tempi di confusione a ricordarci che cos’è. Democrazia significa, sostanzialmente, far sì che le decisioni politiche dello Stato siano il più possibile conformi alle opinioni della gente, al volere del popolo (Demos Cratos, Governo del popolo). Nelle piccolissime città-stato greche, i cittadini si riunivano in assemblea e prendevano le decisioni votando: quella era democrazia diretta, pura. Oggi, negli immensi Stati moderni, non essendo possibile riunire ogni giorno, per ogni decisione, milioni di persone nello stesso luogo, abbiamo la democrazia indiretta: i cittadini votano dei propri rappresentanti, i quali si riuniscono nel “parlamento” un pò a simulare quello che avveniva nelle città-stato, solo che ogni membro prende le decisioni in nome e per conto di un enorme numero di cittadini alle sue spalle. Il potere del popolo dunque parte dal parlamento, organo “sovrano”. Poiché, però, anche il Parlamento può dar luogo ad una dittatura della maggioranza, ecco la costituzione, per frenare certi impeti; e per evitare che il potere si concentri nelle mani di un solo organo o di una sola persona, ecco la separazione dei poteri: Potere legislativo (il parlamento sovrano) accanto a poteri separati; l’esecutivo (il governo) e il giudiziario (la magistratura). Nelle democrazie “indirette” le decisioni sono poi fortemente condizionate dalla qualità e dalla quantità dell’informazione, in quanto nel prendere le decisioni per il proprio voto, i cittadini sono costretti ad affidarsi a degli “intermediari” (i “media”). Vista la grande importanza che riveste il potere mediatico, questo è stato spesso chiamato il “quarto potere” (accanto a quello Legislativo, Esecutivo e Giudiziario).

Guardiamo dunque cos’è invece oggi la democrazia italiana. Già prima di entrare in politica, Silvio Berlusconi costituiva già una anomalia per il sistema economico ed anche per quello democratico. Per quello economico, in quanto monopolista in barba alle leggi antitrust grazie al decreto salva-berlusconi, fornito da Craxi, che lo imporrà al parlamento con voto di fiducia e che verrà “ricompensato” da fininvest con 22 miliardi di lire di finanziamento illecito al PSI. Per quello democratico, ovviamente per i risvolti che un monopolio del “quarto potere” poteva avere sul pluralismo dell’informazione.

Entrando in politica, poi, Berlusconi non solo completava il monopolio mediatico (aggiungendo a quello privato, il controllo sulle reti pubbliche) ma aggiungeva ad esso il potere esecutivo, divenendo presidente del consiglio. Monopolio dei media e potere esecutivo riuniti, già due grosse anomalie. Ma era solo l’inizio.

Il più grave atto di indebolimento della democrazia è avvenuto ovviamente contro il Parlamento, l’organo sovrano per eccellenza, perchè l’unico legittimato dal voto popolare, organo dal quale dunque dovrebbe “promanare” la legittimazione di tutti gli altri organi. Grazie ad un potere mediatico ed economico sconfinato, per Berlusconi è facile essere a capo di un partito che non fa congressi elettivi, ma in cui la sua leadership non viene neanche messa in discussione (figuriamoci votata). La sua leadership è dunque, già di per se, monarchico-stalinista, non certo democratica. Grazie a questo indiscusso potere all’interno del partito, ha potuto avere carta bianca sulle candidature, imponendo interi battaglioni di propri dipendenti (medici, avvocati, ex presentatori, ed un gran numero di ex showgirl da calendario), di dubbi meriti politico-professionali ma spesso dai chiari meriti di bellezza o di fedeltà. In questo modo i parlamentari non sono più i “capi” del governo, ma diventano invece i dipendenti, coloro che devono obbedire perchè è solo berlusconi a decidere se ricandidarli. Il completamento di questo progetto è arrivato con la legge elettorale (la più importante legge riguardante la democrazia) definita “una porcata” dal suo stesso autore, in cui i parlamentari non venivano più “eletti” ma nominati dal capo del partito: non si poteva più scegliere chi mandare al parlamento e chi no. In questo modo si può essere sicuri di far eleggere i propri uomini più obbedienti e le proprie veline più servili. Ciò nonostante si continua comunque a ricorrere massicciamente a decreti del governo, scavalcando il parlamento che è poi costretto a convertirli in legge, e si continua a proporre al parlamento una miriade di voti di fiducia, sicuri che esso non abbia i numeri di persone indipendenti dal padrone a sufficienza per deluderlo.

Per quanto riguarda il potere giudiziario, essendo il potere meno “politico” e più indipendente, è stato finora molto difficile penetrare al suo interno, ma gli attacchi continui e le delegittimazioni, al grido degli indagati “innocenti per autocertificazione” del PDL, sono sotto gli occhi di tutti, così come il progetto di “separazione delle carriere” che vorrebbe legare i magistrati della pubblica accusa alle dipendenze del governo, e far decidere quali indagini fare o non fare non più ai PM ma alla polizia, che è controllata dal ministero dell’interno, cioè dal governo.

Riguardo alla costituzione, sappiamo benissimo quale sia lo spirito costituzionalista di Berlusconi, che ripete continuamente di voler cambiare la carta anche da solo, senza collaborare con l’opposizione, in barba alla funzione della costituzione di “proteggere le minoranze”.

Per finire, alcune chicche. Citando le più famose dichiarazioni di Berlusconi, ricordiamo che per lui: Il parlamento italiano è una istituzione dannosa, in quanto dovrebbero votare solo i capi gruppo, e poichè i partiti dovrebbero essere solo due, due soli voti, e quando i voti sono pari (uno a uno) vince ovviamente il partito di maggioranza, vale a dire: decide sempre e solo il voto del governo. La costituzione si cambia sempre a maggioranza, la magistratura per indagare sul governo deve chiedere l’autorizzazione al governo e non può comunque processare il presidente del consiglio (lodo alfano), ed anche se in qualche modo lo condannano, il voto è una assoluzione; la TV pubblica non può criticare il governo, la TV privata è giusto che sia monopolizzata dal governo, che possa cacciare i conduttori che lo criticano e far chiudere le trasmissioni sgradite. i parlamentari, anche solo perchè hanno la quarta di reggiseno, non vanno eletti dal popolo, ma vanno nominati dai partiti, partiti monarchici al loro interno senza voti o primarie. E, per dirla alla Berlusconi, “Il fascismo era una dittatura benigna. Mussolini  non ha mai ucciso nessuno, mandava solo gli oppositori in vacanza al confino”.

Ecco dunque la concezione di democrazia di Berlusconi: Non più un dittatore assoluto con tutti i poteri immaginabili ed intoccabile, ma, finchè non deciderà che anche le elezioni sono una perdita di tempo, la scelta fra DUE dittatori assoluti, con ogni potere immaginabile, ed intoccabile.

Già oggi, Berlusconi è un dittatore eletto. Possiede il potere mediatico, detiene il potere esecutivo, tiene al guinzaglio il legislativo e massacra il giudiziario ed ogni altro potere “esterno” (Presidenza della Repubblica, Corte Costituzionale, piccole sacche di indipendenza mediatica). E la sua rielezione viene “agevolata” così: con una leadership nel partito che è monarchica, con parlamentari nominati e non eletti, e con i media televisivi completamente nelle sue mani. Per citare Corrado Guzzanti: “Se un dittatore non si mette il cappellone, non spara per aria, non vedete il passo dell’oca fuori dalla finestra, non vi raziona il pane, non lo prendete sul serio. E’ sempre un buffone, c’è sempre da ridere”.

Walter Brancatisano

Riceviamo e pubblichiamo da Renato Fioretti

L’ultima esternazione di Tremonti, inventore della “finanza creativa” e artefice dell’ultimo condono, quello, per intenderci, che, grazie al c.d. scudo fiscale, consentirà (anche) il rientro di capitali “sporchi” – in forma anonima e con una ridicola imposizione fiscale di appena il cinque per cento – è quella del “posto fisso”.

Naturalmente, le affermazioni dello stesso ministro che, appena qualche mese fa, invitava i disoccupati ad “andare a quel paese”, cercando di ridimensionare e ridicolizzare le ultime rilevazioni Istat – al fine disconoscere ed esorcizzare lo stato comatoso dell’occupazione – hanno destato sorpresa e suscitato l’interesse di molti.

Personalmente, non sono tra questi!

Non lo sono perché, all’abituale scetticismo circa le improvvise “conversioni” alle esigenze del benessere individuale e collettivo dei lavoratori – soprattutto se operate da noti interpreti e rappresentanti dell’ultra-liberismo e del c.d. libero mercato – associo la convinzione che, ancora una volta, siamo di fronte ad un “effetto annuncio”.

Siamo, a mio parere, all’ennesima riproposizione di un tema “caldo”, qual è la garanzia del posto di lavoro, strumentalmente utilizzato per suscitare un coinvolgimento mediatico e, contemporaneamente, riproporre l’antico gioco “delle tre carte”; attraverso le quali, si distrae l’attenzione dell’interlocutore di turno, si produce interesse per un “particolare” e, alla fine, vince sempre il banco!

In effetti, il sospetto che si tratti dell’ennesima rappresentazione di un gioco delle parti – già brillantemente interpretato dagli stessi attori, sebbene a ruoli invertiti – è abbastanza fondato; basti rilevare che, se Brunetta e Sacconi si sono immediatamente “dissociati” dalle parole di Tremonti, il capo indiscusso della coalizione di governo, ha, addirittura, dichiarato di condividere l’ipotesi del ministro del Tesoro. A rischio di smentire, in modo clamoroso, il frutto delle politiche neo-liberiste che, nel corso dei governi Berlusconi, hanno ridotto la “flessibilità” a sinonimo di “precarietà”!

In questa sede, però, non è mia intenzione dedicare altra attenzione alla sortita di Tremonti; m’interessa approfondire un tema recuperato, nell’occasione, da Tito Boeri.

Si tratta dell’ennesima riproposizione, in alternativa al “posto fisso”, del c.d. “Contratto unico”. Continua a leggere

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Intervistare Fabio Ricci, componente insieme alla moglie Alessandra Drusian del duo musicale Jalisse, è stata un’esperienza davvero importante per me.

Innanzitutto perché ho avuto modo di conoscere, seppur non direttamente ma per via telefonica, una persona davvero disponibile, generosa e soprattutto intelligente. Poi perché mi sono reso conto di quanto fossi poco informato su tutto quello che di importante queste due persone hanno fatto e stanno facendo per la musica e per la solidarietà.

Questo mi ha fatto molto riflettere sul fatto che l’informazione oggi sia sempre più discutibile e troppo influenzata dai “media” che sembrano sempre più “pilotare” le attenzioni della gente su ciò che loro prediligono.

Quanti (con me compreso, e non lo nego), purtroppo, li ricordano per la loro arcinota quanto criticatissima vittoria al Festival per un brano come “Fiumi di parole” passato all’attenzione più per le presunte accuse di plagio (che non per l’importanza del suo messaggio), non hanno forse la minima idea di quante cose importanti i Jalisse a livelli anche extramusicali abbiano fatto in questi dodici anni.

Dopo quel successo che fu sicuramente, a conti fatti,  più delizia che croce, la band si è sempre più allontanata dalle “prime pagine musicali”, per avvicinarsi a progetti nuovi ed interessanti senza però smettere di fare quello che gli è sempre più stato consono: scrivere canzoni.

Ebbene Fabio ed Alessandra, marito e moglie dal ‘99 e genitori oggi di due bambine, hanno quindi continuato a fare musica scrivendo diversi brani pervasi da tematiche profonde e ”impegnate” in occasioni importanti. Canzoni come “Pane e luce”, presentato per la beatificazione di Padre Pio, piuttosto che ”Fede all’amore” , consegnato nel febbraio del 2006 alla Farnesina alla presenza del Ministro degli Esteri Gianfranco Fini ed inviato in seguito al Presidente della Republica d’allora Carlo Azeglio Ciampi, sono esempi lampanti che gli hanno portato numerosi riconoscimenti ed approvazioni. 

Tuttavia il motivo per il quale oggi ci ritroviamo a parlare di loro è per sensibilizzare il loro ultimo progetto intitolato “Crescere Insieme L’Arte Per…”, di cui lo stesso Fabio Ricci parla nell’intervista che segue, che ringrazio ancora molto e al quale faccio il più grosso in “bocca al lupo” per questa nuova avventura.

- La storia dei Jalisse come formazione musicale è giunta ormai al quindicesimo anno in quanto vi siete formati nel 1994 ed ancora oggi risultate una band più che in attività. Purtroppo la maggior parte delle persone (a parte gli addetti ai lavori), si ricordano di voi solo per la vittoria del Festival. Cosa è successo dopo quella vittoria? Perché non siete riusciti a rimanere sulla “cresta dell’onda”?

- Quella vittoria a qualcuno non è piaciuta, ci hanno attaccato con una cattiveria tale che molti accusatori oggi dovrebbero vergognarsi. Invece di cadere nell’oblio e nel dimenticatoio come alcuni credono, ci siamo messi a lavorare e a costruire la nostra famiglia. Abbiamo seminato all’estero non curandoci di chi non aveva rispetto per noi e per il nostro lavoro. Per chi non sa cosa facciamo basta che legga QUI. Rimanere sulla cresta dell’onda in Italia? Per una etichetta indipendente che vince Sanremo con uno stuolo di giornalisti che capovolge la votazione del popolo e la mette in discussione falsificando il giudizio? Difficile! Diamo fastidio a qualcuno che non accetta la nostra professionalità. Semplice.

- Dopo l’uscita del disco “Il cerchio magico del mondo”, con il brano “Luce e pane” (scritto in occasione della beatificazione di Padre Pio), vi siete avvicinati molto di più alle tematiche sociali che avete poi ripreso con “Fede dell’amore”, scritta per la pace nel mondo e per il rispetto delle religioni e del credo personale. Ciò nasce da una necessità di trattare temi a cui vi sentite più vicini?

- Beh… allora non hai sentito e letto l’album “Il cerchio magico del mondo”. Ci sono brani dedicati ai Nativi Americani, alle favole celtiche di “Lorelei”, alla spiritualità di Liberami. Aih aih, anche tu non ci conosci. I Jalisse nascono con l’esigenza di dedicarsi al sociale, proprio perché sono artisti responsabili; del resto “Fiumi di parole” parla o no di dialogo tra due persone?

- Sempre musicalmente parlando lei dal 2001/’02 ha fondato una propria etichetta indipendente “Tregatti Produzioni Musicali”. Sa dirci come mai questa scelta di distaccarsi da una casa discografica che vi gestiva?

- La ”Tregatti Produzioni ed Edizioni Musicali” si chiamava “Jalisse” come il nome del duo. A Sanremo eravamo distribuiti Emi e Sony, ma l’etichetta era già una indipendente, già da “Vivo” (brano che si classificò terzo a “Sanremo Giovani” del 1995 n.d.r.). Ci siamo sempre autoprodotti. 

- Quali sono stati gli aspetti positivi e negativi di questa scelta?

- La libertà la paghi a caro prezzo, noi scegliamo i nostri collaboratori e partners, i nostri brani, la nostra immagine. Ma lottiamo anche per sopravvivere ai soprusi e all’ignoranza.

- Oggi essere indipendenti quanto conviene?

- Oggi ogni artista DEVE essere manager di se stesso, altrimenti non può andare avanti. Il business della musica è agli sgoccioli, le major si fondono e licenziano i dipendenti, molti direttori mktg vengono licenziati. Oggi esiste solo la Sony che comanda il mercato con gli stranieri. Il mondo è delle indipendenti che con grande sacrificio, GRANDE, difendono il lavoro. 

- Parliamo invece del progetto che state portando avanti “Crescere Insieme L’Arte Per…”. Saprebbe spiegare per i lettori non informati in cosa consiste questa iniziativa?

- “Crescere Insieme L’Arte Per…” è un’iniziativa che vede gli Artisti noti ed emergenti affiancare i ragazzi della scuola dell’obbligo. I ragazzi scrivono i testi ed i musicisti le musiche, fino a portare le scuole dei Comuni italiani in piazza. Siamo riusciti a portare 10 scuole e 1500 ragazzi in piazza di fronte a 5000 persone nel Veneto. Ora partiamo in tutta Italia e L’Aquila è già in volo…

- Come è nata questa voglia di portare la musica nelle scuole, quindi nei bambini?

- Artisti responsabili + genitori = voglia di lavorare in modo sano e divertente. Abbiamo iniziato dal 2005 sperimentando soluzioni ed incontrando scuole. La musica unisce ed è un linguaggio universale.

- Nell’approccio a questo progetto come vi siete mossi? Da dove avete cominciato?

- Dall’infanzia della nostra primogenita Angelica.

- Il progetto è sostenuto da tante radio, riviste, eppure ci vorrebbe molta più visibilità. Quanto è difficile far sentire la propria voce in un Paese come il nostro in cui l’indifferenza per questi eventi è sempre ridotta rispetto all’estero?

- Con la forza di una indipendente e tante forze unite, compresa la tua. Piano piano avremo più visibilità. E’ un tam tam.

- Nel 2007 avete presentato un brano per il Festival, “Linguaggio universale”, che però è stato respinto. Non pensate che una nuova partecipazione ad una kermesse così importante potrebbe dare più visibilità ai vostri progetti odierni? E’ un’ipotesi che potrebbe prendere piede?

Montalcini_20090923_(3477_copia- Sono 12 anni che presentiamo un brano a Sanremo. Con grandi autori ed interpreti al nostro fianco. Ormai la vediamo come una proposta annuale a cui non puoi rinunciare; è come la visita ad un parente, se lo trovi a casa bene, altrimenti ripassi l’anno prossimo. Ma non ci facciamo più tanto caso, è un gesto automatico presentare il brano, come fanno tanti artisti italiani. Tanto il cast è già fatto, se non ti chiamano prima stai sicuro che non ci sei. “Linguaggio universale” è un brano scartato da Sanremo 2007 ed oggi è inserito in un cd di 2 canzoni e 12 poesie narrate da Valeria Ducato e allegato al libro “L’istruzione chiave dello sviluppo” edito da BCD Editore per la Fondazione Rita Levi Montalcini Onlus. I testi di Pina Tripodi e le musiche nostre. Una bella rivincita anche questa come vedi, presentata alla “II Conferenza Internazionale a Roma”.

- A livello discografico state preparando qualcosa di nuovo?

- Il progetto con le scuole parte a L’Aquila e si estende su zone italiane. Ci sono delle idee, ora promuoviamo Linguaggio Universale.

- Lei che è padre di due bambini quanto pensa che la musica possa essere importante per il loro futuro? Anche intesa come solo valore, come scuola di vita se vogliamo.

- La musica ha un valore inestimabile che non conosciamo. Abbiamo avuto alunni che hanno detto amore in 5 lingue diverse, trovandosi tra loro a condividere una delle più belle parole dell’essere vivente. La musica aiuta, guarisce, da sollievo, insegna, se fatta con coscienza; troppo spesso viene usata per scopi meno nobili e più redditizi o per lanciare messaggi negativi e contrari alla formazione dei nostri ragazzi. Non lasciamoci attraversare dai testi, analizziamoli e impariamo a usarli per il nostro bene valutando chi li canta e chi è coerente con ciò che dice. Questo almeno lo dobbiamo ai nostri ragazzi perchè sono l’unico futuro che c’è.

Parole importanti che dovrebbero far riflettere dunque.

Alessandro Basile

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