Da “La Gazzetta di Caserta” di Domenica 23 ottobre 2005
di
Paolo Esposito
Ore 9 del mattino, il tanto atteso appuntamento è con Adolfo Ferraro, direttore dell’Ospedale psichiatrico giudiziario Filippo Saporito, di cui tra l’altro ricorre il 50° anniversario della morte avvenuta il 30 Ottobre del 1955. Ti avvicini all’entrata del noto Opg di Aversa, suoni il campanello, sali una scalinata in marmo e un portoncino di vetro e acciaio ti si apre come se stessero aspettandoti. Una sorridente guardia della polizia penitenziaria ti invita a depositare telefonino e documento d’identità per motivi di sicurezza, ma, al contrario di come puoi immaginare, la quiete regna sovrana. Da un finestrone puoi addirittura notare giardini ben curati, vialetti in ordine e puliti, gattini che si leccano nelle aiuole, quasi fosse un paradiso nel caos del sabato aversano. Dopo pochi minuti di attesa con un cenno il direttore ti consente di entrare nella sua stanza, è a colloquio con una ragazza laureata in Sociologia che insieme a molti altri seguirà il work-shop nell’ambito del Master “Teorie e metodi dell’investigazione criminale” che si terrà di lì a poco. La giovane sociologa fa il resoconto della sua ricerca su un campione di otto ospiti del Saporito che tu impropriamente chiameresti detenuti, ma Ferraro prontamente ti corregge informandoti che “sono internati perché l’Opg non è un carcere” – ci tiene a precisare – “se lo fosse non farebbero di certo direttore uno psichiatra”. Tante le storie che vengono a galla dagli studi conseguiti dalla sociologa: la popolazione, 236 “detenuti”, è formata soprattutto da schizofrenici con disturbi della personalità. I crimini commessi sono in maggioranza contro la persona, ma non mancano inadempienze degli arresti domiciliari, offese a pubblico ufficiale. E’ questo l’istituto Filippo Saporito, uno dei sei Opg italiani, che ospita gli autori di reato prosciolti per incapacità di intendere e di volere, ma con perizia di pericolosità sociale. La detenzione va da 2, a 5 a 10 anni, revocabile in caso di guarigione, prorogabile fino all’ergastolo bianco. La differenza con i manicomi? E lui ti risponde che fortunatamente hanno fatto bene a sopprimerli, lì la situazione di malattia si cronizzava e non c’era possibilità, se non di guarigione, di essere curato in modo adeguato. “La strategia del nostro Opg è invece quella di conservare nei nostri ospiti una situazione di malessere, perché il malessere ti fa crescere ed è fondamentale per indurti un giorno ad uscire da questo posto”. Ferraro lo ripeteva tempo fa ai giornalisti del Tg2 francese che stavano conducendo un’inchiesta sull’Opg di Aversa da cui prendere esempio per la realizzazione di Opg anche lì nell’immediato futuro. Ma come si curano gli internati di un Opg? “Con il lavoro degli stessi internati grazie a cui è stata allestita un’area verde di 8.000 metri quadri, dove viene praticata l’ergoterapia. Germani reali, anatre mute, oche del campidoglio, un piccolo stagno, l’agrumeto sono un’oasi nella vita dei malati. La musicoterapia, il laboratorio di colore e di ceramica, la vivaistica, la falegnameria, il corso d’informatica sono ciò che permette ai più di guarire”. E poi c’è la scuola, elementare e media, e lo psicodramma: a proposito, da pochi giorni è stato avviato un corso grazie al quale gli ospiti del Saporito possono costruire burattini e mettere in scena spezzoni della propria vita.
VIDEO: Visite a Domicilio – Carmen La Sorella e Dario Fo – RAI 2
VIDEO: 20/05/2006 – Kosmos – Rete 4
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