Sardo, storica voce dell’informazione libera: “La criminalità non è materia per la cronaca. La stampa ha il compito di far riflettere”
Di Paolo Esposito*
Raffaele Sardo, direttore della storica testata aversana “lo Spettro”, prima mensile, poi quindicinale e tra il 1999 e il 2000 anche quotidiano, è un po’ il punto di riferimento del giornalismo in un territorio di frontiera come il nostro. Testimone diretto e conoscitore delle vicende che hanno interessato la nostra provincia almeno negli ultimi trent’anni, è uno dei referenti provinciali di Libera Informazione, l’osservatorio nazionale sull’informazione per la legalità e contro le mafie.
L’informazione nella nostra provincia è malata? Quali sono i sintomi di questa malattia?
Non è malata solo l’informazione della nostra provincia, ma quella italiana più in generale. Innanzitutto perché non mette al centro del suo interesse il lettore. I sintomi della malattia si possono riscontrare non tanto nelle notizie pubblicate, quanto in quelle non pubblicate o per quelle che invece di andare nelle prime pagine, vengono relegate ai margini. Per quanto riguarda l’informazione provinciale, molto spesso i giornali, ma anche le TV locali, sono dei veri e propri bollettini degli uffici stampa. Se poi andiamo a guardare come affrontano uno dei nodi più importanti dell’informazione di questo territorio, quello della criminalità organizzata, ci rendiamo conto che spesso i giornalisti trattano la criminalità organizzata, come un fatto di cronaca, nera o giudiziaria. E tutto ciò si riduce, il più delle volte, a un resoconto stereotipato dell’eterno conflitto tra guardie e ladri. Ma la cronaca non può essere avulsa dalla storia. E il contesto, come l’analisi di ciò che accade, è importante per capire e far capire di cosa si parla. Le riflessioni e i commenti di più ampio respiro non trovano spazio su questo tipo di carta stampata.
Chi vuole fare giornalismo in maniera diversa ha spazio?
Non credo sia solo questione di spazio, che comunque è poco, ma è anche questione di avere gli strumenti per affrontare da angolature diverse quello che accade.
C’è stato un cambio di rotta nel panorama dell’informazione in provincia dall’assassinio di Don Giuseppe Diana e da quel “Don Peppe era camorrista”, il titolo a tutta pagina con cui il Corriere di Caserta apriva l’edizione del 28 marzo 2003?
Non vedo molti passi avanti. Ma in molti colleghi c’è sicuramente una maggiore consapevolezza e una maggiore responsabilità rispetto ad alcuni anni fa.
Una scuola di giornalismo d’inchiesta a Casal di Principe. E’ l’ambizioso progetto a cui stai lavorando con un gruppo di giornalisti noti. E’ una sfida possibile?
E’ una sfida difficile, ma ci tentiamo. Vogliamo provare a formare una leva di giornalisti che abbia anche gli strumenti professionali per analizzare quello che accade in questo territorio. Lo faremo col contributo di colleghi che già sperimentano sul campo il giornalismo d’inchiesta, a partire da alcuni esponenti della redazione di “Anno Zero” e di “Report”.
Che contributo possono dare le nuove frontiere del giornalismo on-line per garantire un’informazione libera da vincoli e costrizioni?
Il giornalismo on-line ha già contribuito molto a spingere in avanti il modo di fare informazione. C’è sicuramente più spazio e molta più democrazia sul web. Ma anche lì occorrono strumenti e professionalità.
* Tratto dal numero di Febbraio 2008 del mensile campano Fresco di Stampa
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MA PER FAVORE
SARDO
MI FACCIA IL PIACERE