Di Antonio Sidari
Cari amici di Caffenews, quando come mio solito, vado a rispolverare
biografie di grandi uomini che hanno fatto la storia, su alcuni, come in
questo caso Masaniello, mi soffermo a pensare e a fare paragoni con
personaggi viscidi e schifosi dei giorni nostri come Berlusconi, e il
risultato è sempre lo stesso, come vorrei che nascessero degli altri
Masanielli che lottino per la gente comune e non solo per se stessi e per i
benestanti. Sono passati più di 350 anni dalla storia di Masaniello, ma io
ve la voglio ricordare lo stesso come ho già fatto per tanti altri
personaggi che troverete sotto il mio nome. Giusto per non dimenticare che
in altre epoche i veri uomini sono esistiti davvero! Buona lettura.
Masaniello è stato un rivoluzionario italiano, per la precisione
napoletano vissuto tra il 1620 e il 1647 a Napoli.
Figura principale della rivolta napoletana che vide, dal 7 al 16 luglio
1647, la popolazione civile insorgere contro la pressione fiscale imposta
dal governo vicereale spagnolo.
La famiglia di Masaniello era umile ma non poverissima. Il padre,
Francesco d’Amalfi, era un pescatore e venditore al minuto. La madre,
Antonia Gargano, incinta di Masaniello prima del matrimonio, era una
massaia. Aveva due fratelli minori ed una sorella: Giovanni, che sarà un
altro capo della ribellione; Francesco, che morì durante l’infanzia; e
Grazia. La casa dove visse si trovava tra la pietra del pesce, dove
avveniva la riscossione della gabella sui prodotti ittici, e Porta Nolana,
dove avveniva quella del dazio sulla farina. Piazza Mercato era all’epoca
il principale centro di commercio e di riscossione delle imposte della
città. Ospitava bancarelle che vendevano ogni sorta di merce, ed i numerosi
banchi degli odiati gabellieri al servizio del governo spagnolo. La corona
di Spagna aveva imposto una forte pressione fiscale al Viceregno di Napoli
allo scopo di risanare le casse del suo enorme impero, svuotate prima dalla
guerra nei Paesi Bassi, e poi dalla successiva e più estesa guerra dei
trent’anni.
Masaniello, pescatore e pescivendolo come il padre, era solito portare il
pesce direttamente nelle case dei notabili per evadere la gabella, ma
spesso veniva ripagato assai male o colto sul fatto dai gabellieri ed
imprigionato. La sua principale attività era però il contrabbando, nel 1646
la sua fama di contrabbandiere di professione era già consolidata
nell’ambiente del Mercato. Lavorava principalmente per la nobiltà feudale,
tra cui la Marchesa di Brienza e don Diomede Carafa duca di Maddaloni, dal
quale era trattato come uno schiavo. Anche la moglie Bernardina, arrestata
per aver introdotto in città una calza piena di farina evadendo il dazio,
fu imprigionata per otto giorni. Per ottenerne il rilascio Masaniello
dovette pagare 100 scudi, che racimolò indebitandosi. Secondo la
tradizione, fu proprio questo episodio a scatenare in lui il desiderio di
vendicare la popolazione dagli oppressori.
Durante uno dei soggiorni in carcere, incontrò il giovane dottore in legge
cavese Marco Vitale, figlio illegittimo dell’avvocato Matteo Vitale, che lo
mise in contatto con altri esponenti della classe borghese stanchi dei
continui soprusi della nobiltà. Masaniello divenne allievo del letterato
don Giulio Genoino, prete ultraottantenne con un passato da difensore del
popolo. Nel 1619 Genoino era stato, durante il viceregno del duca di Osuna
Pedro Téllez-Girón, chiamato due volte dal popolo a rappresentare i propri
interessi contro la nobiltà, svolgendo in sostanza la funzione di un
moderno tribuno della plebe. Nel 1620 sarà però fatto destituire dal
Consiglio Collaterale ed incarcerato lontano da Napoli. Rientrato in città
nel 1639 tornò subito a combattere per i diritti del popolo deciso a
sfidare la tirannia. Questo vecchio ecclesiastico, logorato nel fisico ma
non negli intenti rivoluzionari, trovò nel giovane ma ignorante Masaniello
il suo braccio armato.
Il peso delle tasse diminuì lievemente sotto il viceré Juan Alfonso
Enríquez de Cabrera che revocò alcune imposte, e che sollecitato da Madrid
a reperire un milione di ducati per finanziare la guerra contro la Francia,
chiese di essere sostituito. La situazione si aggravò quando il suo
successore Rodríguez Ponce de León duca d’Arcos, un uomo dedito alla vita
mondana, frivolo e senza esperienza di governo, reintrodusse nel 1646 una
gravosa gabella sulla frutta, all’epoca l’alimento più consumato dai ceti
umili, e la cui imposizione nel 1620 aveva già scatenato gravi tumulti in
città. La vigilia di Natale dello stesso anno, il duca d’Arcos, uscendo
dalla Basilica del Carmine, fu circondato da un gruppo di lazzari, che gli
estorsero la promessa di abolire la gabella sui beni alimentari di
necessario consumo. Tornato a Palazzo Reale, il viceré fu però convinto dai
nobili, ai quali era stata affidata la riscossione delle tasse, a non
abolire la gabella sulla frutta.
Il popolo, sempre più provato dalla prepotenza dei gabellieri, attese
invano per sei mesi l’abolizione della gabella, finché il 6 giugno 1647,
alcuni popolani guidati da Masaniello e dal fratello Giovanni bruciarono i
banchi del dazio a Piazza Mercato. Domenica 30 giugno, durante le prime
celebrazioni per la festa della Madonna del Carmine, radunò un gruppo di
lazzari vestiti da arabi ed armati di canne come lance, i cosidetti alarbi,
che durante la sfilata davanti al Palazzo Reale, rivolsero ogni genere di
imprecazione ai grandi di Spagna affacciati al balcone.
La domenica seguente, il 7 luglio, dopo essere stati incoraggiati da
Genoino, un gruppo di lazzari si riunì nei pressi di Sant’Eligio, allo
scopo di sostenere il cognato di Masaniello, il puteolano Maso Carrese, che
capeggiava un gruppo di popolani decisi a non pagare la gabella. Per
calmare gli animi fu chiamato l’eletto del popolo Andrea Naclerio che,
nonostante il suo ruolo, si schierò dalla parte dei gabellieri. La zuffa
che si scatenò tra Carrese e Naclerio fu la scintilla che scatenò la
ribellione. Masaniello ed i suoi alarbi sollevarono la popolazione ed al
grido di: Viva il re di Spagna, mora il malgoverno, la guidarono fino alla
reggia, dove sbaragliati i soldati spagnoli ed i mercenari svizzeri di
guardia, giunsero fino alle stanze della viceregina. Data la situazione fu
chiesta l’intercessione del principe di Bisignano Tiberio Carafa, già
diverse volte protettore del popolo, che riuscì ad ottenere dal viceré
l’abolizione della gabella sulla frutta. Il duca d’Arcos, dopo aver ceduto
alla richiesta, si rifugiò prima nel convento di San Luigi, poi a Castel
Sant’Elmo ed in fine a Castel Nuovo. A questo punto Masaniello si fece più
audace e chiese l’abolizione di tutte le gabelle. Genoino, la mente della
rivolta, chiese il riconoscimento di un vecchio privilegio concesso nel
1517 da Carlo V (popolarmente chiamato Colaquinto) al popolo napoletano. Il
cardinale Ascanio Filomarino, arcivescovo di Napoli, da sempre amico della
plebe ed inviso alla nobiltà, si propose come mediatore della questione.
Nella notte tra il 7 e l’8 luglio furono puniti tutti coloro che erano
ritenuti responsabili delle gabelle, primo fra tutti Girolamo Letizia, il
gabelliere colpevole dell’arresto della moglie di Masaniello, a cui fu
bruciata la casa nei pressi di Portanova. Seguirono la stessa sorte diversi
palazzi nobiliari, le case di ricchi mercanti e quelle di altri oppressori,
tra cui Andrea Naclerio.
Ottenere i documenti chiesti da Genoino fu molto difficile: diverse volte
il vicerè ed i nobili sottoposero all’esame del vecchio prelato dei
documenti falsi. Un tentativo fu fatto anche dal duca di Maddaloni Diomede
Carafa che, una volta smascherato, finì bastonato dai popolani. Il 9 luglio
, mentre si aspettava la consegna del documento autentico, il giovane
pescivendolo organizzò con successo la presa della Basilica di San Lorenzo
e si impossessò di alcuni cannoni che erano nel chiostro. Finalmente una
copia del privilegio autentico fu consegnata dagli spagnoli al cardinale
Filomarino, che lo consegnò a Masaniello, e quindi a Genoino. Il privilegio
era in realtà quello concesso da Ferdinando il Cattolico, e poi confermato
dall’imperatore asburgico nel 1517, al momento della sua investitura a
Napoli da parte di Clemente VII.
Il 10 luglio, la quarta giornata della rivoluzione, il capopopolo aveva già
molti nemici. Il solito duca di Maddaloni, allo scopo di attentare alla sua
vita, fece introdurre tra la folla trecento banditi. Dopo la lettura in
pubblico dei capitoli del privilegio, i banditi si avventarono contro il
capopopolo ma l’attentato fallì. La folla catturò un certo Antimo Grassi ed
il noto bandito Perrone, la cui testa finì su una picca dopo che gli fu
prontamente mozzata dal macellaio Michele de Sanctis. Anche altri banditi
furono rincorsi e linciati dalla folla inferocita ed alcuni di loro, prima
di morire, confessarono di essere stati mandati dal duca di Maddaloni. La
plebe allora si vendicò sul fratello del duca, don Giuseppe Carafa, che
dopo essere stato ucciso, fu decapitato affinché si potesse portare la sua
testa in trionfo da Masaniello.
Giovedì 11 luglio, dopo la ratifica dei capitoli del privilegio nella
Basilica del Carmine da parte di un’assemblea popolare, Masaniello incontrò
per la prima volta il viceré. Alla presenza del duca d’Arcos, a causa di un
improvviso malore perse i sensi e svenne, iniziando a manifestare i primi
sintomi di quell’instabilità mentale che gli procurerà l’accusa di pazzia.
Durante l’incontro, dopo un infruttuoso tentativo di corruzione, il giovane
pescatore fu nominato Capitano generale del fedelissimo popolo napoletano.
Iniziò da questo momento a frequentare la corte spagnola, coperto di onori
dai nobili e dallo stesso duca d’Arcos. I suoi abiti non erano più quelli
di un pescivendolo ma quelli di un nobiluomo, e sotto la sua casa a Vico
Rotto venne eretto un palco dal quale poteva legiferare a suo piacimento in
nome del Re di Spagna. Fu più volte ricevuto a Palazzo Reale con la moglie
Bernardina, che si presentò come viceregina del popolo alla duchessa
d’Arcos, e la sorella Grazia. La tradizione vuole che la presunta follia di
Masaniello fu causata, durante una di queste visite, dalla Roserpina, un
potente allucinogeno somministratogli durante un banchetto nella reggia.
Dal 12 al 16 luglio Masaniello ordinò diverse esecuzioni sommarie dei suoi
oppositori, compresa quella di un bandito verso il quale Genoino gli chiese
di essere clemente. Ormai il vecchio prete era consapevole di aver perso
ogni ascendenza sul capopopolo e sulla rivoluzione. Inoltre la popolazione
non vedeva di buon occhio il fatto che un popolano pretendesse simile
obbedienza e rispetto, ed iniziò ben presto a credere alla voce sulla
pazzia del suo protettore.
Il 13 luglio il viceré giurò solennemente sui capitoli del privilegio nel
Duomo di Napoli: il popolo era alla fine riuscito ad imporre le proprie
rivendicazioni al governo spagnolo. Questo successo, a cui il pescivendolo
di Vico Rotto aveva contribuito più di tutti, non lo risparmiò
dall’ostilità di alcuni suoi ex-compagni di lotta, tra cui Genoino che di
nascosto tramava la sua eliminazione. Il 16 luglio, giorno della ricorrenza
della Madonna del Carmine, Masaniello affacciato da una finestra di casa
sua cercò inutilmente di difendersi dalle accuse di pazzia e tradimento che
provenivano dalla strada. Sentendosi braccato cercò rifugio nella Basilica
del Carmine e qui, interrompendo la celebrazione della messa, salì sul
pulpito per tenere il suo ultimo discorso:
« Amici miei, popolo mio, gente: voi credete che io sia pazzo e forse avete
ragione voi: io sono pazzo veramente. Ma non è colpa mia, sono stati loro
che per forza mi hanno fatto impazzire! Io vi volevo solo bene e forse sarà
questa la pazzia che ho nella testa. Voi prima eravate immondizia ed adesso
siete liberi. Ma quanto può durare questa vostra libertà? Un giorno?! Due
giorni?! E già perché poi vi viene il sonno e vi andate tutti a coricare. E
fate bene: non si può vivere tutta la vita con un fucile in mano. Fate come
Masaniello: impazzite, ridete e buttatevi a terra, perché siete padri di
figli. Ma se invece volete conservare la libertà, non vi addormentate! Non
posate le armi! Lo vedete? A me hanno dato il veleno e adesso mi vogliono
anche uccidere. Ed hanno ragione loro quando dicono che un pescivendolo non
può diventare generalissimo del popolo da un un momento all’altro. Ma io
non volevo far niente di male e nemmeno niente voglio. Chi mi vuol bene
veramente dica per me solo una preghiera: un requiem soltanto quando sarò
morto. Per il resto ve lo ripeto: non voglio niente. Nudo sono nato e nudo
voglio morire. Guardate! »
Dopo essersi spogliato fu invitato a calmarsi dall’arcivescovo Filomarino e
fatto accompagnare in una delle celle del convento. Qui venne raggiunto da
alcuni capitani delle Ottine corrotti dagli spagnoli: Carlo e Salvatore Cat
ania, Andrea Rama e Michelangelo Ardizzone. Sentita la voce amica di
Ardizzone, Masaniello aprì la porta della cella e fu freddato con una serie
di archibugiate. Il corpo fu decapitato e gettato in un fosso tra Porta del
Carmine e Porta Nolana vicino ai rifiuti, mentre la testa fu portata al
viceré come prova della morte del capopopolo.
Il giorno seguente il corpo e la testa furono recuperati e ricuciti insieme
da un gruppo di popolani che gli era rimasto fedele. Il sontuoso corteo
funebre fu seguito da migliaia di persone mentre da tutte le finestre
venivano esposte coperte e lumi come tributo d’onore. Fu sepolto nella
Basilica del Carmine dove i suoi resti rimasero fino al 1799. In quell’anno
Ferdinando IV di Borbone, dopo aver represso la rivoluzione napoletana, ne
ordinò la rimozione allo scopo di cancellare il ricordo di ogni opposizione
al potere regio. Sul luogo c’è ora una lapide commemorativa.
La moglie Bernardina, la sorella Grazia e la madre Antonia fuggirono a
Gaeta, dove le ultime due furono uccise. Bernardina, risparmiata perché
incinta, tornò a Napoli dove ridotta alla più assoluta povertà, fu
costretta a prostituirsi in un vicolo del Borgo Sant’Antonio Abate. Qui
venne più volte picchiata a derubata per sfregio dai soldati spagnoli suoi
clienti. Morì di peste durante l’epidemia nel 1656.
Con la fine di Masaniello la rivolta tuttavia non si spense ed anzi
assunse, sotto la guida del nuovo capopopolo Gennaro Annese, un marcato
carattere antispagnolo. Gli scontri contro la nobiltà ed i soldati si
susseguirono violentissimi nei mesi successivi, fino alla cacciata degli
spagnoli dalla città. Il 17 dicembre fu infine proclamata la Real
Repubblica Napoletana, sotto la guida del duca Enrico II di Guisa, che in
quanto discendente di Renato d’Angiò rivendicava pretese sul trono di
Napoli. La parentesi rivoluzionaria si concluse solo il 6 aprile 1648,
quando Don Giovanni d’Austria, figlio naturale di Filippo IV di Spagna,
alla guida di una flotta proveniente dalla Spagna riprese il controllo
della città. Il dominio spagnolo su Napoli continuò senza più opposizioni
fino al 1707, quando la guerra di successione spagnola pose fine al
viceregno.
La notizia della ribellione guidata dal pescivendolo napoletano attraversò
rapidamente tutta l’Europa. La Francia, all’epoca saldamente guidata dal
cardinale Mazzarino, sostenne la rivolta in funzione antispagnola ed
appoggiò apertamente l’impresa di Enrico II di Guisa, allo scopo di far
rientrare il Regno di Napoli sotto l’influenza francese. L’eco degli eventi
napoletani giunse fino all’Inghilterra dove Oliver Cromwell, dopo la
rivoluzione inglese, instaurò la repubblica nel 1648. La figura di Cromwell
e quella di Masaniello venivano spesso accostate. In Olanda fu coniata una
moneta raffigurante il volto di Cromwell incoronato da due soldati sul
dritto, e quello di Masaniello incoronato da due marinai sul rovescio. Le
iscrizioni sotto i due volti recitano: OLIVAR CROMWEL PROTECTOR V. ENGEL:
SCHOTL: YRLAN 1658 (Oliver Cromwell protettore d’Inghilterra, Scozia e
Irlanda 1658), e MASANIELLO VISSCHER EN CONINCK V. NAPELS 1647 (Masaniello
pescatore e re di Napoli 1647).


























































