di Marcello Di Sarno
Paolo Esposito intervistato per Comuni-Italiani.it
Chi o cosa ha fatto scattare in lei la scintilla del giornalista?
La domanda me ne ricorda un’altra, quasi da copione, cioè, giornalisti si nasce o si diventa? Se sgomberiamo il campo dalla teoria genetica, se togliamo cioè i padri, i parenti, i raccomandati e tutti quelli che hanno un “santo” in paradiso, la risposta è che giornalisti si diventa. Ed è quello che auspico anche per me, perché, pur essendo già giornalista pubblicista (oggi ha 22 anni N.d.R.) e avendo incontrato questa passione tra i sedici e i diciassette anni – quando andai a bussare letteralmente alla porta della redazione di un giornale – credo che nel giornalismo, più che altrove, bisogna essere innanzitutto modesti, perché non si finisce mai di imparare.
Dopotutto credo di aver da sempre avuto nel DNA il gene del giornalismo, quella che Enzo Biagi chiamava vocazione, ma che io ho sempre chiamato voglia di “giocare” a fare il giornalista. Quasi a fare da eco a Biagi, Indro Montanelli diceva che i giovani vanno buttati a mare per vedere se sanno nuotare ed io in questo mare mi ci sono buttato da solo a capofitto.
Sono tanti gli episodi che mi hanno avvicinato al giornalismo, tutti uniti da un filo conduttore, la curiosità per ciò che mi circonda e la denuncia delle cose che non vanno nella terra in cui vivo. A dieci anni scrissi con i miei amici una lettera al sindaco di Teverola, il paese in cui abitavo, lamentando la mancanza di un campo di calcio. La notizia suscitò interesse, fu ripresa dalla stampa locale e il sindaco decise di riceverci in comune per ascoltare le nostre ragioni. Il campo di calcio è arrivato… ma dopo altri dieci anni. (CONTINUA A LEGGERE…)


























































