Martedì 10 Novembre 2009
Ore 18.00
Libreria UBIK di Napoli, Via Benedetto Croce n° 28
Martedì 10 novembre, alle ore 18, la Libreria Ubik di Napoli ospiterà “Citizen Journalism – Caffè News Magazine e l’Informazione2.0″, nell’ambito della rassegna Sentieri Digitali. Prenderanno parte all’incontro Francesco Bellofatto, giornalista e docente di Educazione ai New Media all’Istituto Universitario Suor Orsola Benincasa, Ciro Pellegrino, giornalista di E-Polis, Francesca Ferrara, newsmakerdirete appassionata di Internet e Innovazione Digitale, e Paolo Esposito, giornalista e coordinatore di Caffè News Magazine.
Il “Citizen Journalism” è un fenomeno rivoluzionario, che lascia il segno della sua forza innovatrice già soltanto con la sua definizione. Anche i meno abili con la lingua d’Oltremanica comprendono immediatamente che il Citizen Journalism è qualcosa di nuovo, ma soprattutto qualcosa di diverso. E’ un’altra cosa, rispetto al solito giornalismo. Per chi sta più dentro a certe tematiche, appare evidente che, in prima analisi, si tratta di una sorta di contraddizione in termini: di solito e storicamente, il giornalismo sta da una parte, mentre i cittadini devono per forza stare dall’altra. Perchè il giornalismo racconta ciò che è la società, e quindi i cittadini. Non ha senso, a voler rimanere legati a schemi tradizionali (e ormai vetusti), parlare di un giornalismo fatto dalla gente. Come fanno le persone a raccontare se stesse? Non c’è per forza bisogno che sia qualcun altro a raccontare per loro?
Ma, appunto, certi schemi sono da abbandonare. Tra il Giornalismo e la Cittadinanza va collocata la crisi della nostra democrazia. Se la nostra democrazia funzionasse a dovere, in Italia ma anche in altri Paesi, il giornalismo basterebbe a se stesso. Basterebbe a raccontare. Oggi, invece, a stento basta ad informare, che è cosa ben diversa dal raccontare. Se siamo arrivati a ciò, lo dobbiamo, dunque, al malfunzionamento della nostra democrazia, la quale nasce come potere del popolo, strutturato sotto diverse forme, ma poi si cristallizza come sistema di diritti e doveri, che dovrebbe produrre uguaglianza e libertà. Le sacre colonne dei nostri padri, i baluardi di lotta di secoli di generazioni passate. E noi così spesso ci distraiamo, dimenticando persino la loro esistenza.
E’ colpa del popolo, di quello che dovrebbe avere il potere, se oggi al giornalismo fa freno e limite proprio il Potere. Senza dubbio siamo di fronte a tematiche secolari, in quanto da sempre giornalismo e potere si sono confrontati e scontrati, senza esclusione di colpi e senza vincitori nè vinti, se non momentanei. Ma la questione attuale tra giornalismo e potere è ben diversa, perché si incardina nell’economia, che è motore, volenti o nolenti, degli stessi nostri diritti e doveri. Lo sanno bene i direttori dei giornali, i redattori e persino i tantissimi giovani, assunti dalle redazioni come lavoratori a progetto o precari di varia natura, che riempono le colonne di carta stampata (oggi anche quelle di pixel) per quattro soldi.
L’editoria è in crisi e di giornali non si vive più, questo è risaputo. La gente ormai sembra, tra le altre cose, molto più pronta a schierarsi a difesa di un gruppo politico (quindi, a difesa del potere) piuttosto che della libertà di stampa. E anche quando si manifesta a favore della libertà di stampa, lo si fa con le bandiere di partito a sventolare, tra e mani e nella testa. Responsabilità e colpe si incrociano come in una rete inestricabile e incomprensibile, dove persino il cittadino, solitamente vittima, non può dire di aver compiuto tutto il proprio dovere. Insomma, scrivere non si può più come un tempo. La libertà che si continua a nutrire nelle menti e nei cuori non riesce a trovare manifestazione concreta nella realtà esterna.
Il manifesto più evidente di ciò sono le incessanti vessazioni, i soprusi, gli imbrogli, le macchinazioni del potere, i meccanismi mangia-diritti e tutte le vicende ombrose e mai risolte che colorano di opaco le nostre vite, dal Nord al Sud dell’Italia. Sistemi impossibili da scardinare, che producono morti e distruzione, ai territori e alle comunità.
Giornalisti come Giancarlo Siani e Giovanni Spampinato o liberi pensatori come Peppino Impastato non sono morti per cercare di raccontare cose evidenti, dinamiche criminali già chiare nella loro essenza: sono morti per informare visceralmente su cose che non si vedevano, che non si sapevano, che non si volevano conoscere.
E questo è successo perchè dietro la cortina, dentro l’oscurità del potere e della nostra malfunzionante democrazia, c’è qualcosa di veramente grosso contro cui non basta essere bravi giornalisti e provare a raccontare alcuni fatti. Quello che si muove nell’ombra può essere qualunque cosa, da un attentato terroristico all’uccisione di qualche personaggio “scomodo”, dalla diffusione di nuovi virus alla creazione di cartelli economici destinati a distruggere l’economia di intere famiglie. Nell’ombra c’è qualsiasi cosa che possa farci del male, ucciderci, trasformarci in cittadini arrabbiati contro noi stessi e contro la società. Se non sarà qualcuno o qualcosa a salvarci, al prossimo passo ci aspetta soltanto un normale giornalista, giunto in una casetta dimenticata da tutti a documentare l’ennesimo omicidio/suicidio familiare, il gesto estremo di chi non ce la fa più, la “follia” incomprensibile di persone qualsiasi cui era venuta in odio la società.
Allora dentro quell’ombra bisogna entrarci, con veemenza, come un’irruzione incontrastata fatta da chi non ha più nulla da perdere. Bisogna tornare a raccontare, visceralmente, senza paura! Raccontare e informare, senza neppure i presupposti, senza tesserino da giornalista, senza un nome e soprattutto senza un cognome. Fare informazione senza un ufficio e senza carte, senza i comunicati stampa che ti arrivano, ma andando a sporcarti le scarpe nell’ultimo vicolo della tua città. Perchè solo tu lo sai che là dentro troverai un’altra notizia da raccontare. Bisogna tornare a fare giornalismo, farlo dal basso come non si è fatto mai, perchè nell’immaginario vetusto della società e dei mezzi di comunicazione il Giornalismo e la Cittadinanza camminavano separati. Oggi facciamo loro stringere la mano, li facciamo camminare insieme, con le nostre gambe. Sono le gambe e i passi di giovani che non hanno ancora un futuro, perchè il potere e la nostra malfunzionante democrazia non ce l’hanno ancora predisposto. Ma saranno passi che lasceranno orme difficili da cancellare, perchè attraverso il nostro Giornalismo Civile passa il racconto di quello che siamo veramente, oltre ogni ombra e al di qua di ogni patina opaca: dentro i nostri diritti e doveri, fuori da ogni limite materiale. Dove il cittadino racconta, verità e potere coincidono.
Simone Aversano

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